Gravidanza. Quando nasce il legame tra una mamma e il suo bambino
La gravidanza è un momento molto particolare nella vita di una donna. E’ il momento in cui ogni donna è chiamata a “fare spazio” dentro sé all’arrivo di una nuova vita in maniera non solo simbolica. E’ noto in letteratura che la relazione tra una madre e il suo bambino si origina ben prima della nascita ed influenza la qualità della relazione post natale. Freud stesso affermava nel lontano 1925 che “c’è molta più continuità fra la vita intrauterina e la primissima infanzia di quanto l’impressionante cesura dell’atto della nascita ci lascerebbe supporre”. Quello dell’”attaccamento prenatale” è un costrutto elaborato negli anni 80 proprio per definire quel particolare legame affettivo che i genitori sviluppano con il proprio bambino durante la gravidanza. Si tratta di un legame fatto di aspettative rispetto a come il bambino sarà, a quali caratteristiche di personalità avrà, a chi assomiglierà a come ci si immagina nel prendersi cura di lui.
Come riconoscere uno psicoterapeuta efficace? Le 10 qualità.
E’ questo un tema particolarmente delicato ed importante considerata la difficoltà che spesso le persone incontrano nel scegliere tra le varie tipologie di psicoterapie e approcci teorici quella più adatta al proprio problema. Il timore è sempre lo stesso:” Sarò in grado di scegliere la terapia più corretta per me?”. Ma ancora più importante: “Sarò in grado di scegliere il giusto terapeuta? Come farò a rendermi conto che è la persona adatta, che sarà in grado di aiutarmi?”
Conflittualità genitoriale e sviluppo del bambino
Quando la crisi della coppia diventa insostenibile per entrambi i partner, la conseguenza naturale è spesso la separazione. La disgregazione familiare è un evento intrinsecamente stressante sia per i genitori che per il bambino in quanto comporta uno sconvolgimento dell’ambiente di vita e una ridefinizione di ruoli e compiti all’interno della famiglia. Soprattutto per un bambino piccolo, l’allontanamento di un genitore può essere vissuto come irreversibile e dare origine a sentimenti di perdita e di abbandono.
La perdita nella separazione
Quando due genitori si separano ciò che rattrista maggiormente il figlio è la perdita. Perdita della vita insieme ai genitori, perdita delle sue abitudini quotidiane e nel caso di un trasloco anche perdita dei riferimenti sociali. Tale perdita oltre a essere reale, concreta, è anche simbolica. Infatti il figlio perde l’idea e l’immagine di due genitori che si amano e che vivono accanto a lui con lo scopo di amarlo e proteggerlo e perde l’illusione dell’eternità dell’amore come rifugio sicuro.
Raramente il figlio esprimerà direttamente questa tristezza, ne parlerà con qualcuno. Più spesso tenderà a negarla. I motivi sono vari: la perdita di fiducia verso i genitori, il sentimento di abbandono, la credenza di non essere stato abbastanza bravo o di non aver fatto il possibile per tenere uniti i suoi genitori. Tutte queste motivazioni spingono il figlio a chiudersi in se stesso e a non mostrare i suoi veri sentimenti.
StudioCorvetto: ospite in TV per discutere di Ipocondria
Studio Corvetto ospite della trasmissione di Class News “Primo Tempo Focus” per discutere di Ipocondria.
Per guardare un estratto della puntata clicca qui: [youtube Np6XTvWZV6c ]
Copyright © 2011 Studio di Psicoterapia Corvetto. All rights reserved.
www.studiocorvetto.com
Coaching e Counselling @ www.benesserementale.it
Il Disturbo d’Ansia Generalizzata in età evolutiva
L’elemento sintomatico che caratterizza questo disturbo è la presenza di ansia eccessiva e di preoccupazione irrealistica. Questa sindrome ha carattere pervasivo e non è possibile collegarla a precise e particolari situazioni ambientali. Spesso si verificano concomitanti manifestazioni somatiche (vari tipi di dolori o malesseri) e una esagerata attenzione verso alcune caratteristiche personali. Ad esempio il bambino si preoccupa costantemente del proprio comportamento e chiede di essere continuamente rassicurato. Le preoccupazioni del bambino possono riguardare sia eventi futuri (un’interrogazione, una gara) che eventi già accaduti rispetto i quali può essere messa in dubbio l’adeguatezza del proprio comportamento.
7 luoghi comuni sulla Psicologia e sugli Psicologi
Una raccolta esaustiva di tutti i miti da sfatare sugli psicologi e la psicologia potrebbe comprenderne ben più di sette…
In questo elenco, ho cercato di selezionare i più diffusi e resistenti.
Per intenderci, quei luoghi comuni che allontanano l’utenza dagli studi degli psicologi e quelli che è necessario “ristrutturare” nei pazienti prima di iniziare qualsiasi lavoro terapeutico.
Il comportamento di attaccamento del bambino verso il genitore
Con il termine “attaccamento” ci si riferisce ad un sistema comportamentale tipico dei primati e in particolare della specie umana che ha lo scopo principale di garantire al piccolo la protezione dai predatori tramite il mantenimento della vicinanza a uno dei membri adulti della propria specie, identificato come figura protettiva. Una volta identificata tale figura, il piccolo cerca di rimanergli costantemente vicino e di aumentare la vicinanza in condizioni di particolare stress o pericolo. La figura di attaccamento è in genere la madre biologica ma non sempre esiste una sola figura di attaccamento: se la madre non è disponibile il piccolo si rivolgerà a figure sostitutive.
Il disturbo ossessivo compulsivo in età evolutiva
Le componenti caratteristiche di questo disturbo sono due: le ossessioni e le compulsioni:
- le ossessioni sono pensieri intrusivi che hanno particolari caratteristiche relative all’efficacia del pensiero e al modo in cui viene vissuto il rapporto tra sé e il mondo (Bara, 1996). Un primo gruppo di ossessioni riguardano la ripetizione di frasi, pensieri, immagini, l’impossibilità di prendere una decisione e quindi effettuare una scelta. Un secondo gruppo di ossessioni riguarda invece riguarda il “pensiero magico”, che ha la funzione di controllare l’ambiente attraverso condotte o pensieri “magici” che dovrebbero rendere controllabile tutto ciò che in realtà non lo è. Questa tipologia di pensieri è vissuta dal bambino in maniera negativa, li trova spesso fastidiosi e disturbanti, come qualcosa che si impone alla coscienza.
- le compulsioni sono invece dei comportamenti che si presentano sotto forma di rituali (cioè serie di azioni meticolosamente programmate ed eseguite) che il bambino si sente costretto ad eseguire per poter placare l’angoscia che percepisce internamente. Alcuni esempi di compulsioni possono essere il toccare ripetutamente particolari oggetti per evitare un pericolo o evitarne altri per non esserne contaminati. Tali azioni sono vissute con un forte senso di costrizione, il bambino cioè non riesce a fare a meno di mettere in atto il comportamento.
Il disturbo borderline di personalità. Piccola guida per pazienti e familiari
Cos’è il disturbo bordeline di personalità? Come si manifesta? Quali sono le caratteristiche salienti del disturbo e quali le strategie migliori per affrontarlo se ad esserne affetto è un nostro familiare?
Tra i disturbi di personalità, il disturbo borderline è quello che più di frequente arriva all’osservazione clinica. Colpisce il 2% della popolazione, più frequentemente il sesso femminile. L’esordio avviene in adolescenza o nella prima età adulta.
Per comprendere meglio la natura e le caratteristiche fondamentali del disturbo borderline di personalità è necessario fare un passo indietro partendo proprio dal concetto di personalità.
Il Disturbo d’Ansia Generalizzata
Il disturbo d’ansia generalizzata si manifesta con ansia e preoccupazione eccessive (attesa apprensiva), che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi e che riguardano una quantità di eventi o di attività (ad esempio prestazioni lavorative o scolastiche).
Le persone che soffrono di disturbo d’ansia generalizzata non riescono a controllare la preoccupazione.
Ansia e preoccupazione sono associate con tre (o più) dei seguenti sintomi:
- irrequietezza
- facile faticabilità
- irritabilità
- difficoltà a concentrarsi
- tensione muscolare
- alterazioni del sonno
L’insieme dei sintomi causa un disagio clinicamente significativo con compromissione della funzionalità sociale, lavorativa, familiare, individuale.
Bimbi che non vogliono fare la nanna. Il metodo Estivill
Buona parte delle neomamme si trova prima o poi alle prese con la difficoltà da parte dei propri bimbi ad addormentarsi.
Questa difficoltà del bambino si esprime quasi sempre con il netto rifiuto di starsene nel proprio lettino, con reazioni di pianto e urla ogni qual volta la mamma tenta di allontanarsi e con risvegli notturni più frequenti di quanto non sia giustificato dalla necessità di mangiare.
Per risolvere drasticamente i problemi di sonno dei cuccioli negli ultimi anni spopola un testo divulgativo scritto dal medico spagnolo Eduard Estivill il cui titolo è “fate la nanna”.
E’ giusto dire la verità ai bambini?
Una delle sfide maggiori degli adulti nei confronti dei bambini è quella di essere sempre sinceri e trasparenti con loro anziché mentire o nascondere alcuni avvenimenti dolorosi che riguardano la famiglia. La scelta di non mettere a conoscenza il bambino di determinati avvenimenti ha solitamente due motivazioni principali: quella di ritenere che il bambino, essendo piccolo, non sia in grado di comprendere la situazione, e quella di ritenere che il bambino possa rimanere traumatizzato e subire dei danni emotivi, in particolare nel caso di avvenimenti tragici quali i lutti. Se poi i lutti o le situazioni dolorose riguardano i genitori e sono avvenuti in un’epoca talvolta precedente alla nascita del figlio, quasi si dà per scontato che non sia necessario coinvolgere il bambino con i propri problemi, con le proprie sofferenze. Il beneficio principale che si crede di ottenere comportandosi così è quello di proteggere il bambino dalla sofferenza. Ciò che spesso si fa fatica a comprendere è che il non parlare di certe sofferenze non significa non manifestarle (attraverso il comportamento, il non verbale: la mimica, la postura, il tono di voce ecc.). Il bambino pertanto percepirà nei genitori o nel suo contesto d’accudimento un’emotività negativa che non riuscirà a comprendere e a spiegarsi. Se nessuno gli spiegherà come stanno realmente le cose e cosa sta succedendo potrà crearsi una propria spiegazione, il più delle volte autoriferita. Ad esempio, “Se la mamma è triste è perché non sono stato bravo”. “La mamma piange perché sono stato cattivo”. Questo tipo di spiegazioni che il bambino si dà, nel tempo, potranno minare la sua autostima, il suo senso di sicurezza, di competenza, di amabilità, determinando in molti casi difficoltà emotive in età adulta. Ecco così che l’intento positivo dei genitori di proteggere il proprio bambino porterà invece a conseguenze negative di varia intensità a seconda della situazione vissuta.
5 modi per non cadere nella “tristezza delle feste”
Quante volte vi sarete chiesti: “Chi l’ha detto che le feste portano con loro solo felicità e allegria?”, “Come mai tutto intorno a noi, dalle vetrine dei negozi, alle luci sfavillanti nelle strade, agli addobbi natalizi, alle promesse di un momento festoso e ricco di gioia ci fa sentire malinconici, pensierosi, a volte tristi?”
Separazione coniugale e divorzio: La sindrome da alienazione parentale
Con l’espressione “alienazione parentale” ci si riferisce a quelle situazioni nelle quali è in atto un processo di rifiuto psicologico da parte di un figlio di uno dei due genitori per via dell’influenza dell’altro genitore. Si tratta di un meccanismo che tipicamente si verifica nel contesto di una separazione coniugale o di un divorzio, specialmente quando la conflittualità tra i due coniugi è molto accesa e ha per oggetto la custodia dei figli.
Sofferenza normale e patologica: quali differenze?
Il limite che separa ciò che si definisce come “normalità” da quello che invece intendiamo come “patologia” è spesso incerto e poco chiaro ma di fondamentale importanza se vogliamo comprendere la natura di ciò che proviamo e la possibilità di trovare una risposta adeguata per il nostro disagio. Questo tema ha inoltre delle implicazioni evidentemente sia etiche che deontologiche e culturali non trascurabili. Ad esempio, cosa distingue un comportamento liberamente espresso da un individuo in base alla propria natura o alla cultura alla quale appartiene e che cosa è invece manifestazione di una patologia che va curata, a volte anche contro la volontà del soggetto stesso?
Fare pace con il passato
Vi proponiamo questo articolo molto interessante, scritto da Kai Baumann e Michael Linden, che mette in luce alcune particolari manifestazioni cliniche conseguenti, in molti casi, il verificarsi di situazioni stressanti o avversative sul lavoro o la perdita del lavoro stesso.
Nella nostra esperienza clinica presso il Centro stress e disadattamento lavorativo del Policlinico di Milano ci è capitato spesso di riscontrare questo quadro clinico in pazienti che avevano subito un licenziamento dal posto di lavoro o si erano sentiti costretti a dare le dimissioni a causa dell’eccessivo stress accumulato.
Il disturbo dipendente di personalità
La caratteristica centrale del disturbo dipendente di personalità consiste nella ricerca costante di figure protettive, accudenti e incoraggianti con cui stabilire e mantenere un legame significativo e stabile nel tempo. Il soggetto dipendente persegue questo come suo principale obiettivo sulla base di una convinzione, non sempre chiara a livello cosciente, di essere una persona debole, fragile e bisognosa, incapace di prendersi cura di sé stessa, il cui benessere dipende completamente dalla vicinanza di una persona forte e supportiva.
Ruminazione depressiva: quale ruolo nel mantenimento del disturbo depressivo?
I disturbi di personalità sono trattabili?
Negli anni 90 esisteva una concettualizzazione dei Disturbi di Personalità come condizione grave e sostanzialmente incurabile (Sperry, 1995).
Da allora molto sembra cambiato sia nella concettualizzazione sia nella pratica clinica. Sebbene alcuni terapeuti non si sentano in grado di aiutare tutti i pazienti con disturbo di personalità, esiste un crescente consenso riguardo la possibilità di aiutare molti pazienti con gli attuali trattamenti.
La concettualizzazione attuale dei disturbi di personalità è nettamente più articolata e ricca rispetto a 20 anni fa e questo per via della mole di ricerca che su questi disturbi è stata prodotta negli ultimi anni. Nello specifico, la tendenza attuale è quella di concettualizzare i disturbi di personalità tenendo conto non soltanto degli aspetti caratteriali e di personalità ma anche di quelli temperamentali e neurobiologici. Per temperamento si intende l’influenza genetica e costituzionale esercitata sulla personalità, mentre per carattere s’intende l’influenza appresa tramite il processo di socializzazione.
Inoltre, la diagnosi dei disturbi di personalità oggi può essere molto più raffinata e precisa per via degli strumenti diagnostici sempre più sofisticati che la ricerca clinica ha prodotto.
In passato era la psicoanalisi a occuparsi quasi esclusivamente dei disturbi di personalità; i trattamenti psicoanalitici di lunga durata erano infatti considerati la prima scelta per la cura di tali disturbi. Le finalità di tali trattamenti consistevano nella modificazione del carattere ma i risultati non erano incoraggianti nemmeno per coloro con prognosi favorevole. In generale, le strategie utilizzate riguardavano l’adozione di un approccio passivo ed esplorativo da parte del terapeuta, con l’utilizzo dell’interpretazione.
Oggi i trattamenti sono più strutturati e i clinici assumono un ruolo molto più attivo; in aggiunta, molti trattamenti derivano direttamente dalla teoria e sono stati sottoposti a verifica in ricerche che li hanno confrontati con altri approcci o modalità quali la farmacoterapia o i trattamenti di gruppo. La terapia cognitiva, la terapia interpersonale e alcune forme di terapia psicodinamica sono state appositamente modificate per essere efficaci con i disturbi di personalità.
Inoltre, anche la ricerca farmacologica mirata a specifici disturbi di personalità ha fatto notevoli progressi. Fino a poco tempo fa, i clinici concordavano sull’inutilità dei farmaci per i disturbi di personalità. Al contrario, oggi si crede che i farmaci possano e debbano essere impiegati per modificare le dimensioni di base della personalità.
Inoltre, pare sempre più indispensabile un approccio integrato nel trattamento dei disturbi di personalità. Stone (1993), per esempio, suggerisce la combinazione di tre approcci: interventi di sostegno, particolarmente importanti per la costruzione dell’alleanza terapeutica e un trattamento terapeutico specifico per modificare gli schemi interpersonali disfunzionali. Altri clinici evidenziano come la combinazione dei farmaci con psicoterapie individuali e di gruppo possano aumentare l’efficacia reciproca degli interventi. Soltanto pochi anni fa il proliferare di approcci combinati sarebbe stato giudicato “eretico” e soprattutto inutile. Oggi, invece, questa è l’attualità del trattamento dei disturbi di personalità.
Gravidanza. Quando nasce il legame tra una mamma e il suo bambino
La gravidanza è un momento molto particolare nella vita di una donna. E’ il momento in cui ogni donna è chiamata a “fare spazio” dentro sé all’arrivo di una nuova vita in maniera non solo simbolica. E’ noto in letteratura che la relazione tra una madre e il suo bambino si origina ben prima della nascita ed influenza la qualità della relazione post natale. Freud stesso affermava nel lontano 1925 che “c’è molta più continuità fra la vita intrauterina e la primissima infanzia di quanto l’impressionante cesura dell’atto della nascita ci lascerebbe supporre”. Quello dell’”attaccamento prenatale” è un costrutto elaborato negli anni 80 proprio per definire quel particolare legame affettivo che i genitori sviluppano con il proprio bambino durante la gravidanza. Si tratta di un legame fatto di aspettative rispetto a come il bambino sarà, a quali caratteristiche di personalità avrà, a chi assomiglierà a come ci si immagina nel prendersi cura di lui.
Come riconoscere uno psicoterapeuta efficace? Le 10 qualità.
E’ questo un tema particolarmente delicato ed importante considerata la difficoltà che spesso le persone incontrano nel scegliere tra le varie tipologie di psicoterapie e approcci teorici quella più adatta al proprio problema. Il timore è sempre lo stesso:” Sarò in grado di scegliere la terapia più corretta per me?”. Ma ancora più importante: “Sarò in grado di scegliere il giusto terapeuta? Come farò a rendermi conto che è la persona adatta, che sarà in grado di aiutarmi?”
Conflittualità genitoriale e sviluppo del bambino
Quando la crisi della coppia diventa insostenibile per entrambi i partner, la conseguenza naturale è spesso la separazione. La disgregazione familiare è un evento intrinsecamente stressante sia per i genitori che per il bambino in quanto comporta uno sconvolgimento dell’ambiente di vita e una ridefinizione di ruoli e compiti all’interno della famiglia. Soprattutto per un bambino piccolo, l’allontanamento di un genitore può essere vissuto come irreversibile e dare origine a sentimenti di perdita e di abbandono.
La perdita nella separazione
Quando due genitori si separano ciò che rattrista maggiormente il figlio è la perdita. Perdita della vita insieme ai genitori, perdita delle sue abitudini quotidiane e nel caso di un trasloco anche perdita dei riferimenti sociali. Tale perdita oltre a essere reale, concreta, è anche simbolica. Infatti il figlio perde l’idea e l’immagine di due genitori che si amano e che vivono accanto a lui con lo scopo di amarlo e proteggerlo e perde l’illusione dell’eternità dell’amore come rifugio sicuro.
Raramente il figlio esprimerà direttamente questa tristezza, ne parlerà con qualcuno. Più spesso tenderà a negarla. I motivi sono vari: la perdita di fiducia verso i genitori, il sentimento di abbandono, la credenza di non essere stato abbastanza bravo o di non aver fatto il possibile per tenere uniti i suoi genitori. Tutte queste motivazioni spingono il figlio a chiudersi in se stesso e a non mostrare i suoi veri sentimenti.
StudioCorvetto: ospite in TV per discutere di Ipocondria
Studio Corvetto ospite della trasmissione di Class News “Primo Tempo Focus” per discutere di Ipocondria.
Per guardare un estratto della puntata clicca qui: [youtube Np6XTvWZV6c ]
Copyright © 2011 Studio di Psicoterapia Corvetto. All rights reserved.
www.studiocorvetto.com
Coaching e Counselling @ www.benesserementale.it
Il Disturbo d’Ansia Generalizzata in età evolutiva
L’elemento sintomatico che caratterizza questo disturbo è la presenza di ansia eccessiva e di preoccupazione irrealistica. Questa sindrome ha carattere pervasivo e non è possibile collegarla a precise e particolari situazioni ambientali. Spesso si verificano concomitanti manifestazioni somatiche (vari tipi di dolori o malesseri) e una esagerata attenzione verso alcune caratteristiche personali. Ad esempio il bambino si preoccupa costantemente del proprio comportamento e chiede di essere continuamente rassicurato. Le preoccupazioni del bambino possono riguardare sia eventi futuri (un’interrogazione, una gara) che eventi già accaduti rispetto i quali può essere messa in dubbio l’adeguatezza del proprio comportamento.
7 luoghi comuni sulla Psicologia e sugli Psicologi
Una raccolta esaustiva di tutti i miti da sfatare sugli psicologi e la psicologia potrebbe comprenderne ben più di sette…
In questo elenco, ho cercato di selezionare i più diffusi e resistenti.
Per intenderci, quei luoghi comuni che allontanano l’utenza dagli studi degli psicologi e quelli che è necessario “ristrutturare” nei pazienti prima di iniziare qualsiasi lavoro terapeutico.
Il comportamento di attaccamento del bambino verso il genitore
Con il termine “attaccamento” ci si riferisce ad un sistema comportamentale tipico dei primati e in particolare della specie umana che ha lo scopo principale di garantire al piccolo la protezione dai predatori tramite il mantenimento della vicinanza a uno dei membri adulti della propria specie, identificato come figura protettiva. Una volta identificata tale figura, il piccolo cerca di rimanergli costantemente vicino e di aumentare la vicinanza in condizioni di particolare stress o pericolo. La figura di attaccamento è in genere la madre biologica ma non sempre esiste una sola figura di attaccamento: se la madre non è disponibile il piccolo si rivolgerà a figure sostitutive.
Il disturbo ossessivo compulsivo in età evolutiva
Le componenti caratteristiche di questo disturbo sono due: le ossessioni e le compulsioni:
- le ossessioni sono pensieri intrusivi che hanno particolari caratteristiche relative all’efficacia del pensiero e al modo in cui viene vissuto il rapporto tra sé e il mondo (Bara, 1996). Un primo gruppo di ossessioni riguardano la ripetizione di frasi, pensieri, immagini, l’impossibilità di prendere una decisione e quindi effettuare una scelta. Un secondo gruppo di ossessioni riguarda invece riguarda il “pensiero magico”, che ha la funzione di controllare l’ambiente attraverso condotte o pensieri “magici” che dovrebbero rendere controllabile tutto ciò che in realtà non lo è. Questa tipologia di pensieri è vissuta dal bambino in maniera negativa, li trova spesso fastidiosi e disturbanti, come qualcosa che si impone alla coscienza.
- le compulsioni sono invece dei comportamenti che si presentano sotto forma di rituali (cioè serie di azioni meticolosamente programmate ed eseguite) che il bambino si sente costretto ad eseguire per poter placare l’angoscia che percepisce internamente. Alcuni esempi di compulsioni possono essere il toccare ripetutamente particolari oggetti per evitare un pericolo o evitarne altri per non esserne contaminati. Tali azioni sono vissute con un forte senso di costrizione, il bambino cioè non riesce a fare a meno di mettere in atto il comportamento.
Che figura! 5 regole per affrontare l’imbarazzo
L’imbarazzo è una delle emozioni più spiacevoli ma al contempo inevitabili con le quali tutti abbiamo a che fare più o meno quotidianamente nelle situazioni sociali. A seconda della nostra sensibilità e di alcune caratteristiche di personalità avremo maggiore o minore facilità nella gestione di questa emozione e diversi saranno i suoi effetti e le sue conseguenze sulla nostra vita quotidiana.
Non dimentichiamo che la vergogna è una delle emozioni fondamentali in diversi disturbi d’ansia, quali ad esempio la fobia sociale e in diversi disturbi di personalità come quello evitante, borderline, ossessivo compulsivo ecc. E’ perciò un’emozione che non va trascurata neanche quando si presenta nelle sue forme meno invalidanti e va gestita per evitare che si instaurino problematiche psicologiche più rilevanti.
Il disturbo borderline di personalità. Piccola guida per pazienti e familiari
Cos’è il disturbo bordeline di personalità? Come si manifesta? Quali sono le caratteristiche salienti del disturbo e quali le strategie migliori per affrontarlo se ad esserne affetto è un nostro familiare?
Tra i disturbi di personalità, il disturbo borderline è quello che più di frequente arriva all’osservazione clinica. Colpisce il 2% della popolazione, più frequentemente il sesso femminile. L’esordio avviene in adolescenza o nella prima età adulta.
Per comprendere meglio la natura e le caratteristiche fondamentali del disturbo borderline di personalità è necessario fare un passo indietro partendo proprio dal concetto di personalità.
Il Disturbo d’Ansia Generalizzata
Il disturbo d’ansia generalizzata si manifesta con ansia e preoccupazione eccessive (attesa apprensiva), che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi e che riguardano una quantità di eventi o di attività (ad esempio prestazioni lavorative o scolastiche).
Le persone che soffrono di disturbo d’ansia generalizzata non riescono a controllare la preoccupazione.
Ansia e preoccupazione sono associate con tre (o più) dei seguenti sintomi:
- irrequietezza
- facile faticabilità
- irritabilità
- difficoltà a concentrarsi
- tensione muscolare
- alterazioni del sonno
L’insieme dei sintomi causa un disagio clinicamente significativo con compromissione della funzionalità sociale, lavorativa, familiare, individuale.
Bimbi che non vogliono fare la nanna. Il metodo Estivill
Buona parte delle neomamme si trova prima o poi alle prese con la difficoltà da parte dei propri bimbi ad addormentarsi.
Questa difficoltà del bambino si esprime quasi sempre con il netto rifiuto di starsene nel proprio lettino, con reazioni di pianto e urla ogni qual volta la mamma tenta di allontanarsi e con risvegli notturni più frequenti di quanto non sia giustificato dalla necessità di mangiare.
Per risolvere drasticamente i problemi di sonno dei cuccioli negli ultimi anni spopola un testo divulgativo scritto dal medico spagnolo Eduard Estivill il cui titolo è “fate la nanna”.
Il disturbo evitante di personalità
Il Disturbo Evitante di Personalità è caratterizzato da vissuti di estraneità nelle relazioni interpersonali, di non appartenenza e impossibilità di condivisione.
Questi vissuti sono collegati ad una particolare concezione di sé e delle relazioni: il soggetto evitante si considera incapace ed incompetente a livello sociale e si vede per questo predisposto a subire esperienze di rifiuto e umiliazione da parte degli altri, i quali possono scoprire la sua inadeguatezza e il suo scarso valore.
E’ giusto dire la verità ai bambini?
Una delle sfide maggiori degli adulti nei confronti dei bambini è quella di essere sempre sinceri e trasparenti con loro anziché mentire o nascondere alcuni avvenimenti dolorosi che riguardano la famiglia. La scelta di non mettere a conoscenza il bambino di determinati avvenimenti ha solitamente due motivazioni principali: quella di ritenere che il bambino, essendo piccolo, non sia in grado di comprendere la situazione, e quella di ritenere che il bambino possa rimanere traumatizzato e subire dei danni emotivi, in particolare nel caso di avvenimenti tragici quali i lutti. Se poi i lutti o le situazioni dolorose riguardano i genitori e sono avvenuti in un’epoca talvolta precedente alla nascita del figlio, quasi si dà per scontato che non sia necessario coinvolgere il bambino con i propri problemi, con le proprie sofferenze. Il beneficio principale che si crede di ottenere comportandosi così è quello di proteggere il bambino dalla sofferenza. Ciò che spesso si fa fatica a comprendere è che il non parlare di certe sofferenze non significa non manifestarle (attraverso il comportamento, il non verbale: la mimica, la postura, il tono di voce ecc.). Il bambino pertanto percepirà nei genitori o nel suo contesto d’accudimento un’emotività negativa che non riuscirà a comprendere e a spiegarsi. Se nessuno gli spiegherà come stanno realmente le cose e cosa sta succedendo potrà crearsi una propria spiegazione, il più delle volte autoriferita. Ad esempio, “Se la mamma è triste è perché non sono stato bravo”. “La mamma piange perché sono stato cattivo”. Questo tipo di spiegazioni che il bambino si dà, nel tempo, potranno minare la sua autostima, il suo senso di sicurezza, di competenza, di amabilità, determinando in molti casi difficoltà emotive in età adulta. Ecco così che l’intento positivo dei genitori di proteggere il proprio bambino porterà invece a conseguenze negative di varia intensità a seconda della situazione vissuta.
5 modi per non cadere nella “tristezza delle feste”
Quante volte vi sarete chiesti: “Chi l’ha detto che le feste portano con loro solo felicità e allegria?”, “Come mai tutto intorno a noi, dalle vetrine dei negozi, alle luci sfavillanti nelle strade, agli addobbi natalizi, alle promesse di un momento festoso e ricco di gioia ci fa sentire malinconici, pensierosi, a volte tristi?”
La fobia sociale è definita secondo il DSM-IV come “una marcata e persistente paura di trovarsi in situazioni o di compiere delle prestazioni pubbliche, dove l’individuo può provare imbarazzo”. Per poter effettuare diagnosi, questa esposizione deve provocare immediatamente un aumento di ansia e la paura che ne deriva deve compromettere in maniera significativa la routine quotidiana dell’individuo.
Si tratta di disturbi piuttosto stabili, di alta complessità clinica e con importanti ricadute dal punto di vista sociale in quanto nell’età adulta sfociano frequentemente nel Disturbo Antisociale di Personalità.
In questo articolo vogliamo condividere con voi una riflessione che deriva dalla nostra esperienza clinica come anche dai risultati di importanti studi effettuati negli ultimi anni. Ci riferiamo al tema dell’identità, in particolare l’identità sociale (il ruolo sociale cioè che rivestiamo in base in particolare al lavoro che svolgiamo) e di come questa possa essere seriamente compromessa nel caso di perdita dell’occupazione.
Sono diverse e specifiche le risposte che ognuno di noi può fornire ad un episodio depressivo, ma ci sono alcuni elementi caratteristici che sembrano contraddistinguere la manifestazione della depressione. Una di queste manifestazioni tipiche è rappresentata dalla ruminazione.

