Sensi di colpa. 6 regole per liberarsene

I sensi di colpa derivano dall’aver tradito i nostri codici di comportamento interni. Buona parte di questi codici di comportamento, di norma, viene appresa e assorbita nel corso della nostra infanzia.

Sentirsi in colpa può essere molto doloroso. E’ un po’ come sentirsi perseguitati da una parte di sé un po’ tirannica, una parte che si sente in dovere di intervenire per la minima presunta infrazione a una norma, e ci si sente ossessionati anche quando non si è fatto nulla che possa essere normalmente considerato riprovevole. Come terapeuta, vedo molte persone che si sentono colpevoli per avere commesso errori o anche solo fatto pensieri sconvenienti o impulsi che, di sicuro, abbiamo avuto tutti almeno una volta nella vita. Ad esempio, se qualcuno a cui vogliamo bene ci ferisce o ci inganna è comprensibile e umano nutrire fantasie vendicative nei suoi confronti. Eppure, per alcuni, è assolutamente inaccettabile.

E’ quindi essenziale capire quando il senso di colpa si basa su dati di realtà e quando è più o meno arbitrario e non-radicato nella realtà e rappresenta dunque un’inutile auto-punizione. Ovviamente, se abbiamo provocato del male a qualcuno o omesso di aiutare qualcuno in difficoltà quando sarebbe stato abbastanza facile farlo, è comprensibile provare del rimorso.

Molti autori sottolineano l’importanza di distinguere tra un senso di colpa razionale, o “proficuo”, e un senso di colpa fatto principalmente di critiche rivolte al sé e, in quanto tale, punitivo e spesso ingiustificato. Tale senso di colpa ingiustificato è fonte di inutili sofferenze psichiche e disgusto di sé (a volte, sufficientemente spietati e implacabili da spingere una persona al suicidio). E se dura abbastanza a lungo, questo tormento interno può portare a sviluppare vere e proprie patologie come abuso di sostanze, disturbi sessuali e una grande varietà di altri comportamenti di auto-sabotaggio. Dunque, a meno che i sensi di colpa non ci siano in realtà necessari per prendere coscienza delle responsabilità che abbiamo relativamente a un misfatto, o per innescare il desiderio di un cambiamento positivo, tale comportamento in realtà non serve a nessuno, meno di tutti a noi.

Che cosa, allora, deve essere fatto per interrompere questo ingiustificato abuso di sé stessi? Come ci si può realmente liberare di un’emozione che rischia di tenerci costantemente in trappola? Perché, dopo tutto, i sentimenti di colpa tendono quasi sempre a culminare in una dolorosa e controproducente ruminazione che, a sua volta, non fa che accentuare l’intensità dei sentimenti negativi e della disistima di sé.

Ecco alcuni suggerimenti utili per ridurre e, auspicabilmente, eliminare il senso di colpa:

1) Diciamo a noi stessi che abbiamo fatto il meglio che potevamo fare, che quale che sia l’errore di giudizio che ci ha spinto a fare qualcosa di cui siamo pentiti è probabile che in quel momento quello fosse il meglio che potevamo fare. Magari quando abbiamo agito eravamo troppo arrabbiati, ansiosi, tristi, distratti per essere pienamente lucidi. Dobbiamo sforzarci di accettare il fatto che, in alcune particolari circostanze psicologiche o fisiche non possiamo dare il meglio e questo è assolutamente normale.

Il perdono dipende sempre da una piena e compassionevole comprensione di sé. Quindi è assolutamente necessario esplorare tutte le variabili implicate nel nostro errore per cercare di rivalutare noi stessi meno negativamente.

2) Serve considerare che, al momento del nostro comportamento scorretto, non sapevamo quello che abbiamo capito successivamente. E’ crudele arrabbiarci con noi stessi per aver commesso un errore che non avremmo commesso se solo avessimo avuto tutte le informazioni e le conoscenze che al tempo dell’errore non avevamo. In altre parole, con il “senno di poi” molti errori si eviterebbero, questo è vero. Ma, ahimè, il senno di poi non esiste nella realtà.

3) Noi non siamo responsabili della vita degli altri. Facciamo un esempio, ci sentiamo in colpa perché un caro amico si sente giù e ci ha chiesto di andarlo a trovare e noi abbiamo rifiutato per via di un impegno preso in precedenza e difficile da cancellare. Il giorno dopo scopriamo che il nostro amico ha preso una sbronza e si è messo in auto provocando un incidente. E’ normale sentirsi in colpa e rimproverarsi per non essergli stato vicino ed è certamente difficile allontanare il pensiero che se fossimo stati a casa sua avremmo potuto prevenire un incidente. In questo modo, però, non siamo pienamente realistici e non ci accorgiamo di aver adottato totalmente una prospettiva nella quale noi siamo responsabili dei comportamenti degli altri. Sentire di essere responsabili della vita di qualcun altro e di ciò che fa non è certamente realistico e non ci aiuta a rasserenarci e a dare il giusto peso alle cose.

4) Non sentiamoci in colpa perché siamo sopravvissuti ad un evento drammatico mentre altri non ce l’hanno fatta. Il senso di colpa “del sopravvissuto” è uno stato d’animo molto noto e molto studiato e tutti noi siamo tendenzialmente inclini a sperimentarlo quando qualcuno che ci è vicino non sopravvive ad una tragedia mentre noi si (terremoti, incidenti stradali ecc.). In queste situazioni è davvero importante riflettere sul fatto che a decidere chi debba perdere la vita in una tragedia è in larga parte il caso e noi non abbiamo nessuna responsabilità nell’essere dei superstiti. Permettiamo a noi stessi di focalizzarci su sentimenti di dolore per la perdita e di gratitudine perché siamo vivi.

Tendiamo a colpevolizzarci per errori che tutte le persone normalmente fanno? Se è così è necessario smettere di essere così duri con noi stessi. Alcuni potrebbero temere che essendo più indulgenti con sé stessi si possano commettere più errori. Nella realtà questo non accade. In effetti può accadere l’esatto contrario. Essere meno in ansia rispetto alla possibilità di sbagliare ci lascia più risorse e più energie per concentrarci sulle cose da fare e il risultato e di fare meglio.

5) Attribuiamo a noi stessi solo le nostre responsabilità. Facciamo un esempio, ci capita di fare un incidente in auto. Chiediamoci: “avrei realmente potuto prevenirlo?”. Un incidente è certamente qualcosa che non capita di proposito. Proviamo a riflettere sulle cause reali dell’incidente e attribuiamo a ognuna di queste variabili il giusto peso. Potrebbero essere implicate le condizioni della strada, la scarsa illuminazione, l’errore del conducente dell’altra auto coinvolta e magari anche la nostra stanchezza. E’ difficile non colpevolizzarsi ma ritenersi gli unici responsabili degli eventi avversi è davvero poco realistico.

6) Domandiamoci se i nostri standard di comportamento sono adeguati o sono troppo elevati. Potremmo scoprire che la nostra famiglia di origine ci ha incoraggiati ad adottare questi standard poco realistici e poco rispettosi di quello che siamo e dei limiti umani che, come tutti, anche noi abbiamo.

La ricerca ossessiva della perfezione è una condizione che ci predispone ad avere una bassa considerazione e stima di noi stessi e a volte ad ammalarci di depressione. Se l’accettazione di noi stessi, così come siamo, che ci si augura sia incondizionata, è quasi assente ogni volta che riteniamo di commettere un errore o qualcosa va storto allora è il caso di chiedere aiuto.

Il rischio è quello di rimanere schiavi a lungo di schemi mentali e circoli viziosi che ci impediscono di vivere sereni e lasciarci alle spalle tristezza, vergogna e senso di colpa.

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