Ansia. Che cos’è e quando diventa un disturbo

L’uomo è forse la creatura più timorosa che ci sia, poiché alla paura elementare dei predatori e dei membri della sua stessa specie, si aggiungono le paure esistenziali portate dal suo stesso intelletto”. (Eibl-Eibesfelt)
La paura è un prodotto dell’evoluzione, è la spia rossa che si accende per segnalarci l’imminenza di un pericolo, di un possibile danno. La paura ha la funzione di preparare l’organismo ad affrontarlo, disponendolo  a reagire prontamente per evitare che la minaccia si realizzi ed uno scopo importante sia compromesso.
I modelli di risposta alla paura sono geneticamente programmati nel cervello umano e fanno parte di un sistema di comportamento difensivo che opera indipendentemente dalla coscienza, fa parte dell’inconscio emotivo.
Quanto più la minaccia è definita, tanto più si parla di paura, mentre quanto più è indefinita tanto più si parla di ansia. Dunque, la paura è maggiormente legata a situazioni presenti, a pericoli in corso, l’ansia è relativa a eventi non immediati.

La paura e l’ansia coinvolgono tutto il nostro organismo:
–          Il sistema cognitivo
–          Il sistema fisiologico
–          Il sistema emotivo/motivazionale
–          Il sistema comportamentale

L’ansia è un’emozione tipicamente umana, legata alla capacità di considerare il futuro e a prevederlo come fonte di minacce. Un evento può essere sperimentato come minaccioso se, pur prevedendolo o conoscendolo, riteniamo di non poterlo controllare.

Ma che cosa valutiamo come minacciato? Dove sta il pericolo?

La mente regola il comportamento al fine di raggiungere degli scopi.

Nel loro insieme gli scopi costituiscono il sistema motivazionale dell’individuo. Alcuni scopi sono biologicamente determinati e inerenti la sopravvivenza della specie e dell’individuo, altri sono appresi dall’ambiente culturale, nel corso della storia individuale. La gerarchia degli scopi costituisce il sistema motivazionale sulla cui base operiamo valutazioni e scelte.

Le emozioni ci segnalano lo stato di successo o fallimento attuale o previsto nel raggiungimento dei nostri scopi e contemporaneamente attivano il nostro organismo per prendere le misure necessarie a modificare la situazione.

Perché si sperimenti ansia è necessario che il sistema valuti come minacciato un proprio scopo fondamentale. Ad esempio un bambino sperimenta ansia nel momento in cui la sua mamma si allontana dal momento che il suo scopo è quello di garantire a sé stesso la vicinanza di una figura che lo protegga dai pericoli che non saprebbe altrimenti come affrontare.

Se l’ansia è una valutazione di pericolo imminente che attiva un complesso sistema di risposte fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali e se essa rappresenta qualcosa che il processo di evoluzione ha determinato ai fini di un miglior adattamento all’ambiente, allora perché e quando diventa un disturbo?

Il modello cognitivo standard proposto inizialmente da Beck, ripreso ed elaborato da autori quali Clark, Wells, Matthews, è incentrato sul concetto di vulnerabilità.

Il fattore vulnerabilità emerge dalla valutazione di due condizioni:
–          Pericolosità, minacciosità, della situazione
–          Percezione di sé stessi come non in grado di fronteggiare la situazione

Perché si produca ansia è quindi necessario che una situazione sia valutata come minacciosa e che ci sia una scarsa percezione di autoefficacia, cioè di valutazione delle proprie risorse come insufficienti a fronteggiare il pericolo.

Una paziente racconta:

Mi faccio un mare di problemi per il mangiare quando sono con persone con cui ho scarsa confidenza. Se devo prendere un caffè mi agito, ho come un senso di paura e vorrei andare via. Penso tante cose…se mi sento male…mi viene acidità di stomaco…magari vomito

L’esplorazione in seduta  evidenzia che al fondo di quest’ansia ci sono pensieri quali :

Se mi sento male posso ricevere cattivi giudizi. Il cattivo giudizio sta nell’essere considerata debole. Essere debole significa avere bisogno degli altri, del loro aiuto ma dagli altri io non posso ottenere aiuto, solo rifiuto!”

L’ansia di Valentina scaturisce da una valutazione di vulnerabilità: “C’è una situazione di pericolo e non sono in grado di fronteggiarla”.

L’evento attivante non deve necessariamente essere esterno, può essere anche un pensiero o un’immagine interna. Ad esempio, per un fobico sociale l’idea di parlare in pubblico può scatenare una reazione di estrema ansia anche se quell’evento non sta per accadere.

Se la minaccia ad uno scopo ritenuto importante spiega il fatto di provare ansia, non è però sufficiente a rendere ragione di un disturbo d’ansia. Quando si verifica un disturbo d’ansia ci troviamo in presenza di un altro elemento ovvero la mancanza di scenari alternativi. “Non posso neppure pensarci”, “Non ce la farei” sono tipiche frasi dell’ansioso che indicano che lo scopo minacciato è non solo importante, ma irrinunciabile poiché non è rappresentata alcuna alternativa. Accade allora, nei disturbi d’ansia, che il comportamento non sia indirizzato a realizzare qualcosa, ma ad evitare qualcosa.

Con l’evitamento si evita ciò che si teme. Ma ciò che si teme, lo si teme perché non lo si conosce. Il problema è che più si evita, meno si conosce, meno si esplora. Ciò che spaventa sarà sempre più spaventoso, in un circolo che si autorinforza e alimenta.

Alcuni autori (Clark,Wells, Lorenzini e Sassaroli) sottolineano l’importanza, nella produzione dei disturbi ansiosi, di quello che viene identificato come un errore metacognitivo, consistente cioè nell’attribuzione di pericolosità all’attivazione emotiva. In altre parole, i pazienti ansiosi percepiscono come minaccioso e intollerabile  anche il solo fatto di sentirsi in ansia. Secondo questa ipotesi, il disturbo d’ansia nasce nel momento in cui l’ansia non viene riconosciuta dal soggetto stesso come un’attivazione emotiva e da segnale di pericolo diventa essa stessa un pericolo. La messa in atto di “strategie protettive” (Salkovskis), insieme all’evitamento, gioca un ruolo significativo nel mantenimento dei sintomi ansiosi.

 

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