LO PSICOLOGO RISPONDE – L’ANGOLO DELLA POSTA

La nostra rubrica nella quale pubblicheremo in modo anonimo alcune email, messaggi o domande di Voi lettori.
Email: posta@milanopsicologo.it

Buonasera,
scrivo in quanto in gravidanza ho scoperto un tradimento da parte di mio marito con una sua amica di vecchia data. Per una serie di motivi ho sempre sospettato che ci fosse qualcosa di più e mi sono seriamente insospettita quando mi sono accorta che lui cancellava le chat con lei nonostante con nonchalance lui l’ha sempre nominata come persona con la quale si sente spesso. Quando ho scoperto la tresca ho imposto che lui troncasse e sembrava lo avesse fatto ma in seguito ho appreso alcune confidenze a terzi in cui parla di sofferenza per questo allontanamento ma non a causa mia. A quanto pare l’amante lo ha fatto soffrire, pur pubblicando degli stati WhatsApp a mo di frecciatine. Mi ha fatto terribilmente male dopo aver superato il tradimento apprendere certi risvolti sentimentali. Ora Mio figlio ha tre mesi e non ho affrontato nel dettaglio l’argomento con mio marito perché non voglio che sappia che lo controllo. Ultimamente però mi sono accorta che lui visualizza gli stati WhatsApp di lei il che mi fa pensare che qualsiasi screzio abbiano avuto lo abbiano risolto. A volte cerco di affrontare la questione con lui dicendo che ho bisogno di alcune risposte per accantonare definitivamente l’accaduto ma lui reagisce in attacco e prova quasi a minimizzare come se fossi io ad avere ingigantito. Io questa cosa la interpreto come un voler difendere a tutti i costi questa amicizia per continuare a fare quel che vuole. Smette di arrampicarsi sugli specchi quando gli ricordo cosa realmente ho scoperto. Io non voglio far scoppiare un casino per questo motivo non ho cercato lei e sto provando in tutti i modi di recuperare la relazione sia perché lo amo, sia perché abbiamo un bimbo piccolo fortemente voluto da entrambi. Lui per tranquillizzarmi si mostra affettuoso e pieno di attenzione e di desiderio ma io ho sempre il dubbio e la paura. Cosa posso fare per rendere l’amante meno desiderabile ai suoi occhi? Come posso stimolare un suo interesse autentico nei miei riguardi risvegliando quei turbamenti e quella insicurezza che provava all’inizio della nostra relazione? Lui ha un’alta considerazione di sé, molte corteggiatrici, e sembra aver dimenticato che quando ho scelto di frequentare lui avevo letteralmente la fila di pretendenti.

Carissima,
ho letto con attenzione la sua mail e ho l’impressione che ci sia una certa fatica ad affrontare direttamente l’argomento con suo marito. Probabilmente qui entrano in gioco le sue paure, forse il timore di perderlo definitivamente?
Non mi preoccuperei tanto di rendere l’amante meno desiderabile ai suoi occhi, ma proverei a capire cosa non funziona tra voi e per provare a risolvere il problema. In casi come questi può essere utile, per facilitare la comunicazione, rivolgersi ad un terapeuta di coppia. I non detti e i silenzi permettono nell’immediato di mantenere lo status quo ma rischiano di minare irreparabilmente il rapporto.

Buongiorno dottori, ho 27 anni e non capisco cosa mi succeda.
qualche anno fa purtroppo ho perso mia madre e dopo un periodo un pò buio, sono riuscita a riprendere in mano la mia vita e andare avanti. Tuttavia, mi succede che quando mi invitano a casa o al ristorante amici o parenti ho come degli attacchi di panico. Appena seduta a tavola inizio a sudare, mi gira la testa, mi sento svenire e mi si chiude completamente lo stomaco senza riuscire a mangiare. Mi succede praticamente ogni volta, a meno che la cena non si svolga a casa mia, non mi succede mai invece se siamo solo io e mio marito. Non so cosa fare per superare questa situazione.
Spero possiate darmi qualche consiglio.
Grazie Mille

Carissima,
i sintomi che mi riferisce mi fanno immediatamente pensare a un disturbo da attacchi di panico.
Sarebbe utile capire quando ha incominciato ad avere questi sintomi, quando teme di averne di nuovi, se ci sono situazioni che ha incominciato ad evitare per paura di stare male e che cosa teme le possa accadere quando si sente male.
In ogni caso, le consiglio di contattare uno psicoterapeuta con esperienza in questo ambito che possa aiutarla a gestire i sintomi e a comprenderne e affrontarne le cause.
Si tratta di un disturbo molto diffuso e con una buona prognosi, però è importante affrontarlo prima che i sintomi si cronicizzano e diventino invalidanti.

Buonasera dottori, mi chiamo Cristina e ho 38 anni. Dovrei scrivere un papiro per descrivere le situazioni che si stanno verificando, ma cercherò di essere breve.
Convivo da 8 anni e lui è un tipo proprio particolare; è un introspettivo che di fondo è sempre insoddisfatto ed anche quando sembra che abbia una fase tranquilla, in realtà è di fondo sempre triste. Ovviamente nei momenti no, il suo umore diventa grigio ed è intrattabile.
Ho sempre saputo gestire questo suo modo di essere ma dall’arrivo del covid forse perché anche io ho perso un po del mio ottimismo perenne, il suo umore mi sta condizionando troppo, facendomi a volte sprofondare.
Ogni consiglio è ben accetto, tanto più che proporre a lui una terapia sarebbe più difficile che scalare il k2 a mani nude.
Grazie

Cara Cristina,
capisco le sue difficoltà e condivido il fatto che, se non c’è motivazione, non si può obbligare qualcuno a intraprendere un percorso terapeutico.
Sposterei però l’attenzione su di lei e sul suo disagio piuttosto che su quello del suo partner. Quello che prova, le sue emozioni sono legittime e importanti, si ascolti. Forse è giunto il momento di ripensare alla sua relazione.

Salve,
sono una studentessa universitaria al primo anno di lingue e temo di aver sbagliato facoltà. Gli anni del liceo non sono stati semplici, anzi, al contrario ho dovuto affrontare un disturbo d’ansia e una depressione, dopo una bocciatura. Alla base di tutto questo credo ci sia ancora e forse ci sarà sempre il bullismo di cui sono stata vittima alle scuole elementari e alle medie. Le conseguenze sono state molte e tutte negative, non volevo uscire, non mi fidavo piu’ di nessuno e non voglio piu’ nascondere il fatto che in quegli anni ho pensato piu’ volte di farla finita, ma non l’ho mai detto nessuno. Sono sempre stata una persona con una grande voglia di imparare e da piccola ero una bambina molto estroversa e solare. Con il bullismo sono andata in mille pezzi e temo di non essere riuscita a raccoglierli tutti nonostante siano trascorsi quasi otto anni. Se penso alle me di cinque anni non mi riconosco piu’, sono diventata una persona fredda, pessimista e non ho nessuno con cui riesco a confidarmi, non mi fido piu’ delle persone, neanche della mia famiglia….evidentemente perchè ho dovuto affrontare tutto questo da sola, e se penso che ero solo una bambina inizio a piangere e non riesco a smettere perchè nessun bambino merita di vivere cosi’ male l’infanzia. Tutto questo mi ha portato a chiudermi cosi tanto in me stessa al tal punto che ho imparato ad essere selettiva con gli amici, ma dopo tante delusioni, non ne ho piu’ e credo che sarà ogni volta piu’ difficile farsene di nuovi. Tornando alla mia confusione per quanto riguarda l’università, le lingue mi sono sempre piaciute, l’unica cosa di cui ero sicura e su cui mi sentivo davvero brava ma arrivata all’università non mi sento motivata a studiare e non so piu’ se studiare le lingue è quello che voglio davvero. Ho dato un solo esame quest’anno e mi sento molto male per questo, anche la mia famiglia non aiuta, vogliono una risposta e non do loro torto. Quello che so per certo è che voglio approfondire lo studio dell’inglese e dello spagnolo ma se penso a dover studiare tutta quella letteratura e la linguistica non so se fa per me. Dall’altra parte ho sempre avuto una passione per la scrittura e quello che ho sempre voluto fare è stato raccontare delle storie, come questa, come la mia, raccontare storie in cui tutti possono ritrovarsi. Ho sempre amato il cinema e sono stati proprio i film e le serie tv a farmi compagnia per gran parte della mia vita quando sono stata chiusa in casa e senza amici, e per questo mi piacerebbe studiare cinema, regia e sceneggiatura seppure per farlo dovrei spostarmi da casa mia e non so se sono pronta. Vorrei trovare un modo per conciliare sia questa passione per le lingue che per il cinema. So che fare l’università mi darebbe una marcia in piu’ sia nel campo del lavoro che in generale, temo solo di fare un’altra scelta sbagliata e di deludere la mia famiglia ma soprattutto temo di deludere me stessa e di pentirmi in un futuro per non aver scelto quello che è giusto per me. Se penso a quello che voglio fare “da grande” mi piacerebbe fare qualcosa che mi permetta di viaggiare, di creare qualcosa (che sia una poesia, o un video, una foto) attraverso il quale io riesca ad esprimere tutte quelle sensazioni che ho sempre conservato dentro di me, e che non riuscirei a spiegare a parole.
Grazie per avermi letta,
Valeria

Cara Valeria,
i dubbi e l’indecisione rispetto a cosa fare da grande sono piuttosto frequenti nel passaggio dalle scuole superiori all’università. Penso però che nel suo caso la difficoltà sia molto legata ad un’insicurezza profonda, che ha a che fare con il bullismo e con le relazioni che ha avuto, che ora le rendono difficile anche avere amici e la portano a chiudersi in se stessa. Prima di decidere se cambiare facoltà, proverei a riprendere il lavoro su se stessa, che le sarà sicuramente di aiuto per prendere una decisione e per mantenerla.

Salve,
mi capita molto spesso di voler cercare un respiro profondo. Mi succede quando mi trovo in difficoltà, non so mi sveglio di notte di soprassalto per qualcosa o ho una realtà complicata dal punto di vista emotivo da affrontare o cambia il tempo ed ho paura… molto spesso questo respiro non arriva profondo ed io mi fisso mentalmente su questo ed alimento ancora maggiore ansia. Vi chiedo se secondo voi questa ricerca ed attenzione al respiro non sia una compulsione per distrarmi dal vero pensiero ed emozione scomoda che sto provando in quel momento e che non affronto. Cosa posso fare per evitare di andare dietro alla compulsione ed al sintomo ed invece affrontare le mie vere emozioni.
Grazie,
cordialità
Antonio

Caro Antonio,
la fatica a trovare, come lo chiama lei, un respiro profondo non è, a mio avviso, una compulsione, ossia un comportamento che ci sentiamo obbligati ad attuare per ridurre l’ansia legata a idee ossessive, ma un sintomo d’ansia vero e proprio. Il corpo risente della tensione psichica e, quando siamo agitati, è frequente che il respiro diventi più affannoso, quasi più concitato. Non è un caso che questa difficoltà si presenti in concomitanza di situazioni emotive complicate. Provi a chiedersi cosa prova in queste situazioni, come si sente e quali sono i pensieri alla base delle sue emozioni. Penso siano quelle le questioni di cui occuparsi, eventualmente con il supporto di uno specialista.

Buongiorno,sono la mamma di 1 ragazza o meglio di 1 donna di 30 anni, che da parecchi anni vive 1 relazione con 1 uomo a dir poco narciso. La vedo come dentro ad 1 bolla, sembra drogata,fuori dalla realtà, ma prosegue nonostante tutto. A nulla serve farle notare come la svaluti,la tratti come 1 bimba, quanto lui sia arrogante e manipolare o bugiardo, niente, per lei è una persona alla quale è difficile stargli vicino, ma è la persona più affidabile del mondo. Lui ha manie di grandezza, critica tutti, non si mette mai in discussione e,si approfitta di lei anche dal punto di vista economico. Potrei proseguire con 1 lista lunga chissà quanto di cose che non vanno assolutamente bene, ma nulla può farla ragionare, anzi l’ho allontanata da me o forse cerca di farlo lui,non so. Vorrei semplicemente aiutarla,anche xché temo che lui sia anche violento,per ora non credo sia arrivato alle mani,ma secondo me potrebbe farlo nel caso non ottenesse quel che vuole o lei in qualche modo magari ,forse ,cercasse di allontanarlo o di farlo ragionare per qualcosa.So x certo che mia figlia ha fatto 1 percorso da 1 psicologo, il problema però è che secondo lei, lui non è il problema se lei sta male, ma lo è il lavoro,la salute ecc ecc.Io stessa sto cercando di farmi aiutare, ma mi sento rispondere signora non può farci nulla, se sua figlia non si vuole far aiutare! Vi prego aiutatemi.
Grazie
A.C.

Cara A.,
capisco la preoccupazione che nutre per sua figlia.
In questo momento però, l’unica cosa che può fare è continuare a lavorare su se stessa, di modo da essere aiutata a gestire questa situazione così difficile e consigliare a sua figlia di proseguire con il suo percorso individuale. Sono convinta che il terapeuta di sua figlia sarà in grado di portarla a vedere le vere cause del suo malessere di modo da poterle affrontare.

Buongiorno, da un mese ho ansia che fatico a controllare. Assume varie forma..all’inizio con attacchi panico ora sfumati ed ora ho ansia prima legati al non voler diventare la mamma che io ho avuto, poi ansia nel programmare il post (nido, lavoro..) ed ora ho ansia nell’affrontare le giornate..
Sono in anticipata da febbraio e da un mese mi sento ,e lo sono, sola..
Passo le giornate sola (mio marito lavora anche nel fine settimana e non torna a casa prima delle 21) e questa solitudine mi porta ansia forte.. devo uscire, passeggiare per alleviarla un pó.
Penso poi che se mi sento sola ora..chissà poi con il bambino..io, il bambino e le sue esigenze..senza aiuti..
La mia paura è quella di crollare, di aver brutti pensieri nei suoi riguardi..di fargli del male..
Come controllare quest’ansia?

C.

Cara C.,
spesso la gravidanza riattiva delle paure e delle cognizioni negative su di noi che ci siamo costruiti nel corso della nostra storia, a partire dalle nostre prime relazioni . Inoltre, il fatto di essere spesso da sola e di non avere aiuti, può esasperare tali paure.
E’ importante che abbia riconosciuto di avere un disagio e che se ne occupi, prima della nascita del suo bambino, in modo tale da vivere la relazione di accudimento libera dai condizionamenti del suo passato.
Di solito gli ospedali che hanno il reparto di maternità hanno anche servizi strutturati di supporto psicologico nel preparto e nel pueperio, le consiglio di fissare un primo colloquio, se ha già deciso in che ospedale partorire provi a rivolgersi direttamente a loro.
Cari saluti e i miei migliori auguri a lei e al suo bambino!

Buongiorno, una settimana fa ho perso mia sorella, deceduta nel sonno. Purtroppo a scoprire l’accaduto è stata la figlia, mia nipote di soli 15 anni. Io mia sorella e mia nipote siamo molto legate, sin dalla nascita della bambina. Io sto cercando di reagire ad un evento che devo ammettere non mi aspettavo e che mi sta distruggendo psicologicamente. Mia nipote non mostra ancora ansia depressione o comportamenti diversi dalla normalità. Unica problema al momento è che di notte preferisce dormire altrove, con suo padre e credo che questo ci stia nel contesto dell’accaduto. Come posso aiutare mia nipote a superare il trauma e aiutarla a superare questo momento? Come devo comportarmi? Cercare di fare in modo che possa tornare pian piano a dormire nella sua casa, o cambiare totalmente ambiente per ricominciare la sua vita serena? Grazie per l’attenzione.
Enrica

Cara Enrica,
Mi dispiace molto per quello che le è accaduto, immagino l’enorme dolore e quanto possa essere preoccupata per sua nipote, che ha perso la mamma così giovane.
La morte improvvisa di una persona così cara è un evento traumatico, che può provocare reazioni post traumatiche da stress quali ricordi spiacevoli e intrusivi dell’evento, incubi, evitamento di luoghi o situazioni associate, aumentata reattività fisiologica, come ad esempio difficoltà di addormentamento, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza. Questi sintomi a volte possono insorgere anche a distanza di tempo.
Se non ho capito male, sua nipote e il padre in questo momento non stanno più dormendo nella loro abitazione e questo mi fa pensare a un sintomo di evitamento conseguente alla situazione traumatica vissuta.
Per aiutare sua nipote, potrebbe proporle di fare qualche colloquio con uno psicologo esperto in EMDR (“Eye Movement Desensibilization and Reprocessing”), tecnica di elezione per far fronte agli eventi traumatici, di modo da accompagnarla nell’elaborazione del lutto, che è un processo che fisiologicamente richiede del tempo, ma che rischia di essere complicato dalle circostanze in cui è avvenuto il decesso. Questo aiuterà anche a prevenire la strutturazione o cronicizzazione di eventuali sintomi, per cui mi sento caldamente di consigliare un intervento tempestivo.
Cercate poi di occuparvi anche di voi adulti e del vostro dolore: un aiuto psicologico potrebbe essere una risorsa preziosa anche per voi. Per aiutare i più fragili, dobbiamo avere le energie e le forze necessarie, quindi dobbiamo prenderci cura anche di noi stessi.

Nonostante molti ripensamenti, ho deciso di condividere la mia situazione con il fine di potermi dare una risposta.
Nel 2017 ho conosciuto un uomo con il quale ho avuto una relazione breve (3 mesi).
Nonostante il breve periodo, mi ero perdutamente innamorata e la sera in cui ci lasciammo, presa dalla rabbia, ho reagito dandogli uno schiaffo (atteggiamento di cui mi sono pentita e che lui mi ha perdonato).
Al mio schiaffo lui non reagì, ma non c’era più modo di riprendere la relazione.
Nell’estate del 2019 lui tornò dicendomi che gli ero mancata e che voleva riprovarci.
Dopo circa 1 mese mi lasciò dicendo che non era sereno con me.
Una nota importante è che nel periodo in cui non stavamo insieme, abbiamo mantenuto sempre i contatti e, a volte, ci siamo anche visti.
Quest’estate ritorna di nuovo e mi fa un discorso ancora più ampio: “ho capito che amo te”, “il mio futuro lo vedo solo con te, motivo per il quale voglio convivere con te e fare una famiglia” e altro ancora.
Nonostante la mia diffidenza (condivisa con lui) ci riprovo.
Era un po’ cambiato: attento a noi, presente, cercava disperatamente casa, mi ha presentato la famiglia e a natale mi ha regalato un solitario. Ho provato davvero emozioni concrete questa volta. Ma, oltre a ciò, a volte, usciva fuori la parte del suo carattere che, con difficoltà, riuscivo a gestire: davanti ad una discussione o un problema non riesce ad ascoltare l’altro e reagisce impulsivamente, anche se dopo se ne rende conto.
3 settimana fa, fuori ad un locale, litighiamo pesantemente ( devo ammettere che anche io ho un carattere non molto tranquillo).
In questo litigio, a causa di un confronto molto accesso e in cui io lo spintonavo, lui ha reagito mettendomi le mani al collo ed elencando una serie di aggettivi offensivi.
Io reagivo di conseguenza.
Da quella sera io ho bloccato tutti i contatti con lui, ma mi arrivavano chiamate e messaggi da amici in comune che cercavano di farmi capire che lui stava male e che aveva bisogno di parlarmi. Non dormiva più la notte perché rivedeva quella scena dinanzi.
Ad oggi parliamo per telefono e messaggiamo, ma non ci vediamo per mia scelta poiché non so che direzione prendere.
Lo amo e lui ama me, ma non riusciamo a mettere insieme i nostri caratteri. Cosa più importante, sono tentata nel perdonare l’atto aggressivo che ha avuto nei miei confronti, ma ho paura di dare via ad un circuito in cui dare a lui la possibilità di potersi di nuovo comportare così.
La mia domanda, dunque, è: si può perdonare un uomo che (solo una volta in tanti anni) ha utilizzato questo atto di aggressione?
Io ho 29 anni e sono una studentessa universitaria in fase di fine percorso.
Lui 41 anni, avvocato.
Grazie in anticipo per la vostra risposta.

Giovanna

Cara Giovanna,
ho letto con attenzione la sua mail. Mi sembra che l’impulsività sia l’aspetto che più la disturba dell’uomo che frequenta e che capiti anche a lei di essere impulsiva.
Affinchè le cose possano funzionare tra voi, è importante trovare una modalità più funzionale di gestire il conflitto, per evitare che questo degeneri e porti ad atti aggressivi. Potrebbe esservi utile rivolgervi a un terapeuta di coppia. La terapia di coppia potrà portare a un riavvicinamento e a nuove modalità di interazione, fornire spunti di riflessione sulle problematiche individuali, oppure potrà aiutarvi a separarvi e ad andare avanti ognuno per la propria strada.

Sono un ragazzo di 35 anni,  ho avuto una vita non proprio bella, da piccolo sono stato abusato da un estraneo,sono stato in una casa famiglia dall’età di 7 a 16 anni.
Dopo un crollo di depressione la mia vita e cambiata. Facevo cose strane come rubare, non mi accorgevo di quello camminavo, come se non avessi avuto una cervello funzionante. Mi hanno cacciato per via di quello che ho fatto. Sono ritornato nella mia famiglia biologica, il mio tutore era mi zia,pur una madre e un padre c’è l’avevo. Mi zia mi trattava male, non sono riuscito a finire il terzo anno di una scuola superiore nel settore del futuro lavoro di elettricista completò, ecccccccc.
Se le racconto tutto per iscritto non finisco più.
Giuseppe

Caro Giuseppe,
Nella sua vita purtroppo ci sono stati tanti traumi e tanto dolore. A volte, in situazioni di questo tipo, ci sembra di non avere via di uscita, che quello che ci è successo sia un marchio di fabbrica, indelebile. In realtà il nostro cervello è fisiologicamente programmato per farci sopravvivere e per abbassare il livello di disturbo legato a quello che ci è successo, ma a volte, quando è troppo, il meccanismo si inceppa e le esperienze negative si fissano nella nostra memoria, continuando a disturbarci e a influenzare le nostre reazioni e i nostri comportamenti.
Ma con la psicoterapia, e in particolare con un approccio noto come EMDR, ossia “Eye Movement Desensibilization and Reprocessing” (desensibilizzazione e riprocessamento attraverso i movimenti oculari) è possibile aiutare il cervello a sbloccarsi e a riattivare quel processo fisiologico che consente di reimmagazzinare i ricordi negativi del passato in una maniera più tollerabile e meno disturbante, che le consentirà di vivere il suo presente libero da quei condizionamenti negativi.
Ovviamente la psicoterapia non ha effetti magici e immediati, è un percorso impegnativo, tavolta faticoso, ma il fatto che lei abbia trovato la nostra pagina e ci abbia scritto significa che sta cercando aiuto, e chiedere aiuto e riconoscere di avere un problema è il primo passo per poter cambiare e stare meglio. E significa anche che c’è una parte di lei che crede che tutto questo sia possibile.
In bocca al lupo per un suo eventuale percorso!

Buonasera,
vi scrivo perché da 10 mesi mio marito mi ha lasciata, dopo 23 anni insieme(10 di fidanzamento +13 di matrimonio). A luglio 2019 sono rimasta incinta, ma poi la gravidanza si è interrotta, è stato uno choc, avevamo provato per 6 anni ad avere un figlio (problema maschile) che poi è arrivato dopo 6 tentativi di PMA. A febbraio 2020 ho perso mio papà, una delle prime vittime del covid, e sono andata in depressione. Dall’estate del 2019 mio marito è cambiato: molto più attento all’aspetto fisico (depilazione laser, crema antirughe, dimagrimento,) e all’abbigliamento; non lasciava più il telefono in giro per casa, ha ripreso a fumare, sempre meno presente in casa è molto più in studio. A novembre del 2020 dopo una discussione mi ha detto che non sapeva più se mi amava, aveva capito che quando era a lavoro non mi pensava e non gli mancavo. Mi ha detto che da quando era nato il nostro bambino ero stata solo mamma, lo avevo trascurato sessualmente sentimentalmente; ha detto che non ho mai avuto dimostrazioni di affetto nei suoi confronti e sono sempre stata egoista nelle scelte di coppia e di famiglia. Cos’è mai dette prima. Decidiamo di andare avanti e io gli assicuro che farò di tutto per dimostrargli che lo amo ancora come il primo giorno. Cosa che faccio a a febbraio decide di andare via di casa, dice che quello che io ho fatto non gli ha procurato nulla, non si sente più felice con me, per il momento non vede nessun futuro per noi e secondo lui non abbiamo più nulla in comune. Dice che per lui la famiglia non è tutto, ha bisogno di pensare a se stesso e ritrovare la sua serenità perché a casa si sente oppresso. Non c’è alcuna possibilità di fermarlo, va via, toglie subito la fede,da quel momento mi cancella totalmente dalla sua vita e chiude i rapporti con amici e parenti. Viene sono per vedere il bambino o portarlo con sé; non ha mai chiesto come stava vivendo il bambino l’allontanamento nè chiede a me come sto. Completamente concentrato su se stesso e poco attento al bambino. Ad agosto scopro che ha un’altra un’impiegata trentenne arrivista e di facili costumi; a me nega anche l’evidenza ma confessa tutto ai suoi soci. Da quando è andato via di casa ha cambiato modo di vestire,si è aperto un profilo social, ha postato delle sue foto in cui appare bello e in posa ( mai fatta una cosa del genere, è sempre stato riservato, umile, modesto); è diventato arrogante, presuntuoso e superbo. Dopo mia richiesta di sapere cosa intendesse fare del nostro rapporto a settembre si è rivolto ad un avvocato per la separazione che vorrebbe consensuale. Ad oggi non siamo ancora arrivati ad un accordo, lui prosegue la sua relazione. È proprio finito l’amore o questo totalmente cambio di atteggiamento, valori è frutto di una crisi di mezza età? Mi scuso se mi sono dilungata.
Grazie
Michela

Cara Michela,
abbiamo letto con molta attenzione la sua e-mail e ci ha colpito la sua domanda finale: “E’ proprio finito l’amore o si tratta di una crisi di mezza età?”.
Purtroppo, non conoscendo suo marito, non abbiamo gli elementi per darle una risposta. In ogni caso ci colpisce questa continua focalizzazione su di lui.
Provi invece a spostare l’attenzione su di lei. Le consigliamo a tal proposito di rivolgersi ad uno psicoterapeuta, che possa supportarla nell’affrontare il suo enorme dolore e a aiutarla a sviluppare quelle risorse che le permetteranno di affrontare tutti i traumi di cui ci ha parlato e a riprendere in mano la sua vita, a prescindere dalle scelte presenti e future di suo marito.
Potrebbe esservi inoltre utile avvalervi di un mediatore familiare, che vi aiuti a comunicare e ad arrivare a soluzioni accettabili per entrambi che tengano conto delle esigenze del vostro bambino. Tra gli obiettivi principali della mediazione familiare vi è anche lo sviluppo della co-genitorialità nell’ottica di salvaguardare i figli, soprattutto se minori.

Buongiorno dottore, le scrivo perché mi sono imbattuto nel suo sito facendo delle ricerche sul senso di fiducia e come questo può essere generato e mantenuto..
Leggendo ho scoperto che esistono due tipi di fiducia, quella fantasticata e quella reale, mentre per quella fantasticata credo di aver chiaro il significato, per quella reale invece faccio un po’ di fatica a capirne i meccanismi in quanto arrivo con il ragionamento a pensare che sia una sorta di fiducia in se stessi piuttosto che una fiducia verso gli altri
Potrebbe spiegarmelo per cortesia come se avessi 8 anni?
Grazie infinite anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi.
Cordialmente
Danilo

Caro Danilo,
se dovessi spiegarlo a mio figlio, o a un bambino di 8-10 anni, gli direi che la fiducia fantasticata è quella che nasce dalle aspettative esagerate che riponiamo negli altri, quando ci aspettiamo che siano sempre perfetti ed impeccabili, che non ci facciano mai restare male.
Chi ha una fiducia fantasticata o idealizzata non tollera la delusione e quando si sente deluso o tradito viene inondato dal dolore e dalla rabbia e pensa di non riuscire mai più a trovare un amico vero.
La fiducia reale invece è quella che ci viene dalla sicurezza in noi stessi e dalla capacità di valutare quando va bene fidarsi e quando non è opportuno farlo. E se non è il caso di fidarsi di quella persona, questo non implica che tutte le persone che ci circondano siano brutte e cattive e che noi siamo soli e sfortunati ma semplicemente che in quel caso quella persona non si è comportata bene con noi e che ci converrà cercare qualcun altro su cui far affidamento in quella situazione.

Buonasera ho bisogno di aiuto, ho 38 anni e sono disperato e immaturo e insicuro e debole e mai cambiato dentro, sono disastrosi nei rapporti e nei lavori con le persone e le compagne. Chiedo aiuto immediato, sono un vigliacco e distruttivo. Ed ho paura di dare per la mia immaturità e negatività che porto dentro da sempre.
Grazie,
Francesco

Caro Francesco,
La disperazione, la debolezza, l’ insicurezza di cui parla nella sua mail sono stati d’animo che a volte ci sembrano insuperabili, quasi un marchio di fabbrica del quale è impossibile liberarsi e che ci portiamo dietro in tutte le nostre relazioni.
In realtà chiedere aiuto è il primo passo importante per poterli gestire e superare.
Le consiglio di mettersi il prima possibile in contatto con uno psicoterapeuta che saprà aiutarla a capire le cause di questo malessere e che l’aiuti a gestirlo in maniera efficace.

Buonasera,
vi scrivo perché non so come uscire dalla mia insicurezza. Non so come affrontare le mie paure. Evito e rimando programmi che io stessa scelgo di prendere e di seguire e mi lascio buttare giù.
Io sono consapevole di tutte queste cose, ma è come se preferisco stare nella mia piccola depressione piuttosto che affrontarla. Poi però al tempo stesso non sono serena neanche se l’affronto.
Allora come faccio se però non ci riesco?
Elisa

Cara Elisa,
a volte sappiamo, razionalmente, cosa ci farebbe stare bene, ma facciamo molta fatica a metterlo in pratica. Spesso questo succede in caso di deflessione del tono dell’umore: fare quelle cose che in passato ci facevano piacere e ci aiutavano a stare bene diventa un’impresa titanica. E’ un po’come imporsi di andare a correre con la febbre a 39, difficilmente ci riusciremo. Prima bisogna abbassare la temperatura, poi si può pensare di rimettersi in pista, non è questione di “mancanza di impegno e motivazione” nè di “cattiva volontà”. La depressione è una condizione clinica caratterizzata da sintomi quali l’abbassamento del tono dell’umore, la mancanza di piacere nel fare le cose, difficoltà di attenzione e concentrazione, marcata affaticabilità, diminuzione o a volte aumento dell’appettito, aumento o diminuzione del bisogno di sonno, e pensieri negativi su di sè, sul proprio valore e capacità.
Le consiglio, per far fronte a questa condizione dolorosa, di rivolgersi ad uno specialista, che saprà aiutarla a uscire dal circolo vizioso che attualmente la blocca in questa situazione, in altre parole, per riprendere la metafora precedentemente usata, che “l’aiuti ad abbassare la temperatura”. Quando ci si rende conto di essere incastrati in una condizione di questo tipo è fondamentale chiedere aiuto, non è un segno di debolezza ma il primo passo verso un percorso di guarigione.

Gentilissime dott.sse di Milano Psicologo,
anche quest’anno si sta avvicinando il Natale e mi rendo conto, come tutti gli anni, di diventare più irascibile e nervosa. Inoltre, spesso mi sento giù di morale e non ho voglia di fare niente. I miei amici mi definiscono affettuosamente “il grinch”, il famoso omino verde che odia il Natale, ma inizio a pensare di avere veramente una fobia del Natale. Esiste qualcosa del genere?
Grazie per le spiegazioni che vorrete darmi.
Annalisa

Cara Annalisa,
lo stato emotivo che ci descrive è un fenomeno noto in psicologia come “Christmas Blues” o depressione di Natale. Si tratta di una sensazione di depressione mista ad ansia che è in contrasto con la felicità che generalmente si associa al Natale.
In realtà si tratta di un fenomeno molto diffuso, noi psicoterapeuti infatti siamo abituati a un aumento di richieste di pazienti che lamentano deflessione del tono dell’umore, mancanza di piacere, tristezza e apatia proprio a cavallo del Natale e delle festività.
Per far fronte ai suoi sentimenti negativi le consiglio innanzitutto di non costringersi ad essere felice a tutti i costi, ma di permettersi di esprimere le sue emozioni, anche se sono negative. La condivisione può essere di aiuto a lenire senso di diversità, solitudine e malumore.
Cerchi poi di prendersi cura di se stessa, concedendosi dei piccoli ma preziosissimi momenti di piacere, un caffè nella sua pasticceria preferita, una manicure o una piega dal parrucchiere, oppure qualunque altra cosa le regali una sensazione positiva.
Infine, non si dimentichi di fare un po’di attività fisica, magari all’aria aperta. Lo sport libera endorfine, che aumentano il piacere e hanno un impatto positivo sull’umore.

Buongiorno,
mi chiamo Elisabetta, sono una ragazza di 21 anni e frequento una nota università milanese.
Scrivo perché si è appena conclusa la sessione di esami, finalmente in presenza, per la prima volta da quando ho cominciato l’università. Nonostante abbia studiato tantissimo, ho provato un’ansia così forte da impedirmi di presentarmi. Sono molto preoccupata per quello che mi è successo, ho paura che possa ricapitarmi nuovamente e vorrei evitarlo.
Come posso gestire tutta questa preoccupazione mai avuta prima?
Vi ringrazio anticipatamente per i consigli che vorrete darmi.

Cara Elisabetta,
l’ansia è un’emozione importante, che proviamo ogni qual volta ci troviamo di fronte a una situazione potenzialmente non nota, imprevista, come è ad esempio un esame universitario.
Un po’ di ansia prima degli esami o delle sfide importanti della nostra vita è del tutto normale, non peggiora la prestazione ma addirittura ne aumenta l’efficacia, rendendoci pronti e reattivi.
Mi pare però di capire che la tua ansia sia stata talmente forte da compromettere la tua prestazione, tanto che non ti sei presentata all’esame.
In casi come questi, possono essere utili alcune strategie di gestione dell’ansia, che non possiamo eliminare ma possiamo imparare a gestire in maniera efficace.
Una delle strategie di più semplice applicazione è la respirazione lenta, che aiuta a calmare i sintomi fisici dell’ansia, come la tachicardia e il respiro affannoso, che alimentano la nostra convinzione di non avere il controllo della situazione e di non essere in grado di superare l’esame.
Sarebbe poi importante far luce sui pensieri negativi che si attivano su di te rispetto all’esito dell’esame per capire meglio le cause del problema e per poter agire su di esse.  L’ansia, come d’altronde tutte le emozioni, non dipende dalla situazione in sé, ma dal modo in cui la viviamo e interpretiamo, che è profondamente connessa alla nostra storia di vita e alle nostre esperienze.

Gentile dottoressa,
sono Silvia, ho 40 anni e sono single. Vivo da sola nella mia casa di Milano, lavoro per una multinazionale con un ruolo di discreta responsabilità e non ho per niente voglia di tornare in ufficio!
Le scrivo perché mi sono accorta che da quando si è tornati a una vita pseudo normale e si sono allentate le restrizioni legate alla pandemia, faccio incredibilmente fatica a riprendere la mia routine e mi sento molto giù di morale. Sembra paradossale e mi vergogno anche un po’ a dirlo, ma stavo  quasi meglio prima, quando ero legittimata a non uscire di casa o comunque ad avere contatti molto rari con amici e parenti! Ora che vedo gli altri vivere normalmente, e che ci si aspetta che anche io lo faccia, mi sento diversa e inadeguata, vedo tutti riprendere a vivere e io sto male, malissimo…
Mi scuso se posso sembrarvi inopportuna, ma avevo bisogno di esternare questo mio profondo malessere.

Cara Silvia,
innanzitutto, la ringrazio per la schiettezza e il coraggio con cui ha presentato la sua situazione, che in realtà è molto più comune di quanto possa pensare.
Molte persone, infatti, stanno facendo fatica a riadattarsi ai cambiamenti attualmente in corso, alle riaperture e al parziale ritorno alla normalità.
Per quanto estrema, la situazione pandemica, è stata per molti piuttosto rassicurante e protettiva, perché ha eliminato il problema del confronto sociale, che a volte può alimentare sensazioni di diversità ed inadeguatezza.
Penso però che sia importante per lei affrontare questo senso di inadeguatezza, insieme ad uno psicoterapeuta, per far fronte al suo malessere e poter vivere più serenamente.

Cara dottoressa,
Le scrivo perché sono letteralmente tormentato da mio perfezionismo, che, benchè mi renda agli occhi degli altri una persona scrupolosa e affidabile, non mi permette di vivere serenamente e mi comporta un enorme dispendio di tempo ed energia.
Quello che gli altri fanno in un’ora, io lo faccio in 4!! Esiste un antidoto?
Sandro.

Caro Sandro,
per usare un proverbio popolare….il meglio è nemico del bene!
Ma questo lei già lo sa. Il punto è occuparsi del fatto che non possa proprio fare altrimenti. Come si sentirebbe se provasse a fa le cose in maniera un po’ meno perfetta ma più rapida?
Penso che lei abbia imparato a dover fare bene a tutti i costi e che l’antidoto che lei ricerca abbia proprio a che fare con la comprensione della sua storia di vita e del modello di sé che si è costruito nel tempo e si porta ancora dietro. Riconoscere e capire sono presupposti fondamentali per modificare certe modalità di funzionamento e per indurre un cambiamento efficace.

Buonasera,
vi scrivo perché non credo in me stesso. La mia compagna mi ha lasciato dicendomi che non sono abbastanza sicuro di me e che esigo costantemente rassicurazioni. Insomma, sono pesante e poco autonomo.
Ovviamente per me non si tratta di una doccia fredda, ma penso sia arrivato il momento di farmi carico della mia situazione.
Danilo.

Caro Danilo,
da queste poche righe che ci scrive, mi sembra che il nucleo della sua sofferenza sia l’autostima.
Potrebbe essere interessante, in casi come il suo, indagare con curiosità la sua storia, per capire come mai lei abbia imparato a non fidarsi di se stesso e a cercare costantemente rassicurazioni all’esterno.
Sarebbe poi utile cercare di identificare e rafforzare quelle risorse personali che possono aiutarla a migliorare e rinforzare la sua immagine di sé, per aiutarla a focalizzarsi sugli aspetti positivi e funzionanti e non esclusivamente su quelli più problematici.

Buonasera staff di milanopsicologo,
vi scrivo perché l’anno scorso ho avuto un brutto incidente d’auto.
Benchè non abbia avuto gravi conseguenze e ho passato solo una notte in osservazione al pronto soccorso, faccio fatica a guidare, soprattutto di notte, e quando sono solo in macchina.
Settimana scorsa mi è preso letteralmente il panico e ho dovuto annullare un viaggio di lavoro.
Ho sentito parlare di una tecnica che si chiama EMDR, mi hanno detto che potrebbe essermi utile per risolvere il mio problema. Pensate che questo metodo possa essere adatto al mio caso?
Vi ringrazio per l’attenzione.
Paolo.

Caro Paolo,
l’evitamento è uno dei sintomi del disturbo post traumatico da stress, che è un disturbo d’ansia che insorge in persone che hanno vissuto o assistito a un evento traumatico estremo, che ha implicato morte, minaccia di morte o gravi lesioni all’integrità fisica propria o altrui.
L’EMDR è una tecnica strutturata che nasce proprio per la rielaborazione degli eventi traumatici.
Reinnescando un processo fisiologico innato, chiamato rielaborazione adattiva delle informazioni, porta il nostro cervello ad abbassare il livello di disturbo legato a certe esperienze, e ci aiuta a reimmagazzinarle nella nostra memoria in modo che siano più tollerabili.
Come effetto, si ha una rapida riduzione della sintomatologia di natura post-traumatica.
E’ quindi una tecnica di elezione in casi come il suo. Inoltre un intervento precoce con questa tecnica riduce il rischio di cronicizzazione della sintomatologia ed è quindi fortemente consigliato.

Buonasera,
mi chiamo Chiara, ho 35 anni e convivo da circa 1 anno con il mio compagno. Vengo da una precedente relazione finita per colpa mia e ho paura di fallire anche questa volta.
In particolare, mi sento costantemente in colpa ogni qual volta il mio compagno mi muove una critica, anche sulle cose più banali, per esempio mi fa notare che l’arrosto è insipido o che potrei passare più tempo con lui, invece di far sempre tardi al lavoro oppure di prendere un aperitivo con le mie amiche.
Lui mi sembra sempre così bravo e adeguato in tutto quello che fa mentre io mi sento costantemente non all’altezza e penso che perderò anche lui sarà solo per colpa mia. E questo mi preoccupa moltissimo…mi sento letteralmente in balia dei sensi di colpa e non so proprio come gestirli!!

Cara Chiara
A volte il senso di colpa, che deriva dall’aver attuato un comportamento che riteniamo inadeguato e pensiamo possa aver ferito qualcun altro, è un’emozione funzionale, con una valenza sociale.
Nel suo caso, però, mi sembra proprio si tratti di critiche costanti nei suoi confronti, che le causano un’intensa sofferenza, ma senza un fondamento concreto.
Quel che mi viene da pensare, è che questo atteggiamento non abbia esclusivamente a che vedere con il suo fidanzato attuale e neanche col precedente, ma che la accompagni da molto tempo… le consiglio di provare ad indagarlo meglio insieme ad uno psicoterapeuta… potrebbe essere l’occasione per capire questa parte di lei e riuscire a gestirla in una maniera più efficace che le permetta di vivere la sua storia più serenamente.

Gentili psicologi,
scrivo questa mail perché sono ormai diversi mesi che sono estremamente stressato a causa del lavoro. Lavoro per una azienda americana che ha da sempre avuto la fama di avere standard estremamente elevati.
Ho sempre investito molto sulla carriera e lavorare tanto non è mai stato un problema.
Ad oggi però inizio a rendermi conto che faccio fatica a ritagliarmi degli spazi al di fuori dell’attività lavorativa e questo sta avendo un impatto negativo anche sulla relazione con la mia compagna, che inizia a lamentarsi del fatto che io non abbia mai tempo per lei e che sono sempre nervoso e stressato.
Inoltre, anche quando potrei finalmente godermi il tempo libero, mi rendo conto di non riuscire a staccare. Penso continuamente a quello che ho lasciato in sospeso e paradossalmente non vedo l’ora di tornare al lavoro per potermene occupare.
Cosa posso fare?

Carissimo,
la ringrazio per averci scritto questa mail che ci permette di portare l’attenzione su una problematica estremamente diffusa nella nostra società che, per usare un termine di moda, possiamo definire “job addiction” o, in altri termini, il bisogno di lavorare incessantemente.
Questa condizione si sviluppa quando i lavoratori percepiscono che lavorare oltre l’orario di lavoro, anche a casa, nel weekend o in vacanza, sia indispensabile al raggiungimento del successo lavorativo e personale.
Questo atteggiamento, se si protrae nel tempo diventando una costante, può causare una serie di effetti negativi, sia a livello relazionale che a livello di benessere psicofisico. Tra le conseguenze più comuni ci sono, ad esempio, pensieri ossessivi e preoccupazioni costanti collegati al lavoro, riduzione delle ore di sonno, con conseguente irritabilità, difficoltà di attenzione e concentrazione, sbalzi di umore, abuso di sostanze stimolanti come la caffeina e talvolta anche sintomi di astinenza come ansia e panico in assenza di lavoro.
Questi sintomi devono essere un campanello di allarme e segnalare che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe.
Si fermi un attimo.
Innanzitutto, provi a darsi dei limiti, ad esempio scelga di spegnere il cellulare aziendale dopo una certa ora oppure tolga le notifiche di ricezione delle mail, per non sentirsi obbligato a leggerle a qualunque ora.
Si imponga poi dei momenti per lei, in cui si concede una piccola cosa piacevole, che non abbia nulla a che fare con il lavoro.
Cerchi poi di fare un po’ di attività fisica, stancare il corpo l’aiuterà a dormire meglio a distrarsi dalle preoccupazioni eccessive.
Se tutto questo non dovesse bastare, le consiglierei di parlarne con uno specialista che possa aiutarla a gestire questi sintomi prima che diventino cronici e invalidanti.