LO PSICOLOGO RISPONDE – L’ANGOLO DELLA POSTA

La nostra rubrica nella quale pubblicheremo in modo anonimo alcune email, messaggi o domande di Voi lettori.
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Buonasera,
vi scrivo perché da 10 mesi mio marito mi ha lasciata, dopo 23 anni insieme(10 di fidanzamento +13 di matrimonio). A luglio 2019 sono rimasta incinta, ma poi la gravidanza si è interrotta, è stato uno choc, avevamo provato per 6 anni ad avere un figlio (problema maschile) che poi è arrivato dopo 6 tentativi di PMA. A febbraio 2020 ho perso mio papà, una delle prime vittime del covid, e sono andata in depressione. Dall’estate del 2019 mio marito è cambiato: molto più attento all’aspetto fisico (depilazione laser, crema antirughe, dimagrimento,) e all’abbigliamento; non lasciava più il telefono in giro per casa, ha ripreso a fumare, sempre meno presente in casa è molto più in studio. A novembre del 2020 dopo una discussione mi ha detto che non sapeva più se mi amava, aveva capito che quando era a lavoro non mi pensava e non gli mancavo. Mi ha detto che da quando era nato il nostro bambino ero stata solo mamma, lo avevo trascurato sessualmente sentimentalmente; ha detto che non ho mai avuto dimostrazioni di affetto nei suoi confronti e sono sempre stata egoista nelle scelte di coppia e di famiglia. Cos’è mai dette prima. Decidiamo di andare avanti e io gli assicuro che farò di tutto per dimostrargli che lo amo ancora come il primo giorno. Cosa che faccio a a febbraio decide di andare via di casa, dice che quello che io ho fatto non gli ha procurato nulla, non si sente più felice con me, per il momento non vede nessun futuro per noi e secondo lui non abbiamo più nulla in comune. Dice che per lui la famiglia non è tutto, ha bisogno di pensare a se stesso e ritrovare la sua serenità perché a casa si sente oppresso. Non c’è alcuna possibilità di fermarlo, va via, toglie subito la fede,da quel momento mi cancella totalmente dalla sua vita e chiude i rapporti con amici e parenti. Viene sono per vedere il bambino o portarlo con sé; non ha mai chiesto come stava vivendo il bambino l’allontanamento nè chiede a me come sto. Completamente concentrato su se stesso e poco attento al bambino. Ad agosto scopro che ha un’altra un’impiegata trentenne arrivista e di facili costumi; a me nega anche l’evidenza ma confessa tutto ai suoi soci. Da quando è andato via di casa ha cambiato modo di vestire,si è aperto un profilo social, ha postato delle sue foto in cui appare bello e in posa ( mai fatta una cosa del genere, è sempre stato riservato, umile, modesto); è diventato arrogante, presuntuoso e superbo. Dopo mia richiesta di sapere cosa intendesse fare del nostro rapporto a settembre si è rivolto ad un avvocato per la separazione che vorrebbe consensuale. Ad oggi non siamo ancora arrivati ad un accordo, lui prosegue la sua relazione. È proprio finito l’amore o questo totalmente cambio di atteggiamento, valori è frutto di una crisi di mezza età? Mi scuso se mi sono dilungata.
Grazie
Michela

Cara Michela,
abbiamo letto con molta attenzione la sua e-mail e ci ha colpito la sua domanda finale: “E’ proprio finito l’amore o si tratta di una crisi di mezza età?”.
Purtroppo, non conoscendo suo marito, non abbiamo gli elementi per darle una risposta. In ogni caso ci colpisce questa continua focalizzazione su di lui.
Provi invece a spostare l’attenzione su di lei. Le consigliamo a tal proposito di rivolgersi ad uno psicoterapeuta, che possa supportarla nell’affrontare il suo enorme dolore e a aiutarla a sviluppare quelle risorse che le permetteranno di affrontare tutti i traumi di cui ci ha parlato e a riprendere in mano la sua vita, a prescindere dalle scelte presenti e future di suo marito.
Potrebbe esservi inoltre utile avvalervi di un mediatore familiare, che vi aiuti a comunicare e ad arrivare a soluzioni accettabili per entrambi che tengano conto delle esigenze del vostro bambino. Tra gli obiettivi principali della mediazione familiare vi è anche lo sviluppo della co-genitorialità nell’ottica di salvaguardare i figli, soprattutto se minori.

Buongiorno dottore, le scrivo perché mi sono imbattuto nel suo sito facendo delle ricerche sul senso di fiducia e come questo può essere generato e mantenuto..
Leggendo ho scoperto che esistono due tipi di fiducia, quella fantasticata e quella reale, mentre per quella fantasticata credo di aver chiaro il significato, per quella reale invece faccio un po’ di fatica a capirne i meccanismi in quanto arrivo con il ragionamento a pensare che sia una sorta di fiducia in se stessi piuttosto che una fiducia verso gli altri
Potrebbe spiegarmelo per cortesia come se avessi 8 anni?
Grazie infinite anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi.
Cordialmente
Danilo

Caro Danilo,
se dovessi spiegarlo a mio figlio, o a un bambino di 8-10 anni, gli direi che la fiducia fantasticata è quella che nasce dalle aspettative esagerate che riponiamo negli altri, quando ci aspettiamo che siano sempre perfetti ed impeccabili, che non ci facciano mai restare male.
Chi ha una fiducia fantasticata o idealizzata non tollera la delusione e quando si sente deluso o tradito viene inondato dal dolore e dalla rabbia e pensa di non riuscire mai più a trovare un amico vero.
La fiducia reale invece è quella che ci viene dalla sicurezza in noi stessi e dalla capacità di valutare quando va bene fidarsi e quando non è opportuno farlo. E se non è il caso di fidarsi di quella persona, questo non implica che tutte le persone che ci circondano siano brutte e cattive e che noi siamo soli e sfortunati ma semplicemente che in quel caso quella persona non si è comportata bene con noi e che ci converrà cercare qualcun altro su cui far affidamento in quella situazione.

Buonasera ho bisogno di aiuto, ho 38 anni e sono disperato e immaturo e insicuro e debole e mai cambiato dentro, sono disastrosi nei rapporti e nei lavori con le persone e le compagne. Chiedo aiuto immediato, sono un vigliacco e distruttivo. Ed ho paura di dare per la mia immaturità e negatività che porto dentro da sempre.
Grazie,
Francesco

Caro Francesco,
La disperazione, la debolezza, l’ insicurezza di cui parla nella sua mail sono stati d’animo che a volte ci sembrano insuperabili, quasi un marchio di fabbrica del quale è impossibile liberarsi e che ci portiamo dietro in tutte le nostre relazioni.
In realtà chiedere aiuto è il primo passo importante per poterli gestire e superare.
Le consiglio di mettersi il prima possibile in contatto con uno psicoterapeuta che saprà aiutarla a capire le cause di questo malessere e che l’aiuti a gestirlo in maniera efficace.

Buonasera,
vi scrivo perché non so come uscire dalla mia insicurezza. Non so come affrontare le mie paure. Evito e rimando programmi che io stessa scelgo di prendere e di seguire e mi lascio buttare giù.
Io sono consapevole di tutte queste cose, ma è come se preferisco stare nella mia piccola depressione piuttosto che affrontarla. Poi però al tempo stesso non sono serena neanche se l’affronto.
Allora come faccio se però non ci riesco?
Elisa

Cara Elisa,
a volte sappiamo, razionalmente, cosa ci farebbe stare bene, ma facciamo molta fatica a metterlo in pratica. Spesso questo succede in caso di deflessione del tono dell’umore: fare quelle cose che in passato ci facevano piacere e ci aiutavano a stare bene diventa un’impresa titanica. E’ un po’come imporsi di andare a correre con la febbre a 39, difficilmente ci riusciremo. Prima bisogna abbassare la temperatura, poi si può pensare di rimettersi in pista, non è questione di “mancanza di impegno e motivazione” nè di “cattiva volontà”. La depressione è una condizione clinica caratterizzata da sintomi quali l’abbassamento del tono dell’umore, la mancanza di piacere nel fare le cose, difficoltà di attenzione e concentrazione, marcata affaticabilità, diminuzione o a volte aumento dell’appettito, aumento o diminuzione del bisogno di sonno, e pensieri negativi su di sè, sul proprio valore e capacità.
Le consiglio, per far fronte a questa condizione dolorosa, di rivolgersi ad uno specialista, che saprà aiutarla a uscire dal circolo vizioso che attualmente la blocca in questa situazione, in altre parole, per riprendere la metafora precedentemente usata, che “l’aiuti ad abbassare la temperatura”. Quando ci si rende conto di essere incastrati in una condizione di questo tipo è fondamentale chiedere aiuto, non è un segno di debolezza ma il primo passo verso un percorso di guarigione.

Gentilissime dott.sse di Milano Psicologo,
anche quest’anno si sta avvicinando il Natale e mi rendo conto, come tutti gli anni, di diventare più irascibile e nervosa. Inoltre, spesso mi sento giù di morale e non ho voglia di fare niente. I miei amici mi definiscono affettuosamente “il grinch”, il famoso omino verde che odia il Natale, ma inizio a pensare di avere veramente una fobia del Natale. Esiste qualcosa del genere?
Grazie per le spiegazioni che vorrete darmi.
Annalisa

Cara Annalisa,
lo stato emotivo che ci descrive è un fenomeno noto in psicologia come “Christmas Blues” o depressione di Natale. Si tratta di una sensazione di depressione mista ad ansia che è in contrasto con la felicità che generalmente si associa al Natale.
In realtà si tratta di un fenomeno molto diffuso, noi psicoterapeuti infatti siamo abituati a un aumento di richieste di pazienti che lamentano deflessione del tono dell’umore, mancanza di piacere, tristezza e apatia proprio a cavallo del Natale e delle festività.
Per far fronte ai suoi sentimenti negativi le consiglio innanzitutto di non costringersi ad essere felice a tutti i costi, ma di permettersi di esprimere le sue emozioni, anche se sono negative. La condivisione può essere di aiuto a lenire senso di diversità, solitudine e malumore.
Cerchi poi di prendersi cura di se stessa, concedendosi dei piccoli ma preziosissimi momenti di piacere, un caffè nella sua pasticceria preferita, una manicure o una piega dal parrucchiere, oppure qualunque altra cosa le regali una sensazione positiva.
Infine, non si dimentichi di fare un po’di attività fisica, magari all’aria aperta. Lo sport libera endorfine, che aumentano il piacere e hanno un impatto positivo sull’umore.

Buongiorno,
mi chiamo Elisabetta, sono una ragazza di 21 anni e frequento una nota università milanese.
Scrivo perché si è appena conclusa la sessione di esami, finalmente in presenza, per la prima volta da quando ho cominciato l’università. Nonostante abbia studiato tantissimo, ho provato un’ansia così forte da impedirmi di presentarmi. Sono molto preoccupata per quello che mi è successo, ho paura che possa ricapitarmi nuovamente e vorrei evitarlo.
Come posso gestire tutta questa preoccupazione mai avuta prima?
Vi ringrazio anticipatamente per i consigli che vorrete darmi.

Cara Elisabetta,
l’ansia è un’emozione importante, che proviamo ogni qual volta ci troviamo di fronte a una situazione potenzialmente non nota, imprevista, come è ad esempio un esame universitario.
Un po’ di ansia prima degli esami o delle sfide importanti della nostra vita è del tutto normale, non peggiora la prestazione ma addirittura ne aumenta l’efficacia, rendendoci pronti e reattivi.
Mi pare però di capire che la tua ansia sia stata talmente forte da compromettere la tua prestazione, tanto che non ti sei presentata all’esame.
In casi come questi, possono essere utili alcune strategie di gestione dell’ansia, che non possiamo eliminare ma possiamo imparare a gestire in maniera efficace.
Una delle strategie di più semplice applicazione è la respirazione lenta, che aiuta a calmare i sintomi fisici dell’ansia, come la tachicardia e il respiro affannoso, che alimentano la nostra convinzione di non avere il controllo della situazione e di non essere in grado di superare l’esame.
Sarebbe poi importante far luce sui pensieri negativi che si attivano su di te rispetto all’esito dell’esame per capire meglio le cause del problema e per poter agire su di esse.  L’ansia, come d’altronde tutte le emozioni, non dipende dalla situazione in sé, ma dal modo in cui la viviamo e interpretiamo, che è profondamente connessa alla nostra storia di vita e alle nostre esperienze.

Gentile dottoressa,
sono Silvia, ho 40 anni e sono single. Vivo da sola nella mia casa di Milano, lavoro per una multinazionale con un ruolo di discreta responsabilità e non ho per niente voglia di tornare in ufficio!
Le scrivo perché mi sono accorta che da quando si è tornati a una vita pseudo normale e si sono allentate le restrizioni legate alla pandemia, faccio incredibilmente fatica a riprendere la mia routine e mi sento molto giù di morale. Sembra paradossale e mi vergogno anche un po’ a dirlo, ma stavo  quasi meglio prima, quando ero legittimata a non uscire di casa o comunque ad avere contatti molto rari con amici e parenti! Ora che vedo gli altri vivere normalmente, e che ci si aspetta che anche io lo faccia, mi sento diversa e inadeguata, vedo tutti riprendere a vivere e io sto male, malissimo…
Mi scuso se posso sembrarvi inopportuna, ma avevo bisogno di esternare questo mio profondo malessere.

Cara Silvia,
innanzitutto, la ringrazio per la schiettezza e il coraggio con cui ha presentato la sua situazione, che in realtà è molto più comune di quanto possa pensare.
Molte persone, infatti, stanno facendo fatica a riadattarsi ai cambiamenti attualmente in corso, alle riaperture e al parziale ritorno alla normalità.
Per quanto estrema, la situazione pandemica, è stata per molti piuttosto rassicurante e protettiva, perché ha eliminato il problema del confronto sociale, che a volte può alimentare sensazioni di diversità ed inadeguatezza.
Penso però che sia importante per lei affrontare questo senso di inadeguatezza, insieme ad uno psicoterapeuta, per far fronte al suo malessere e poter vivere più serenamente.

Cara dottoressa,
Le scrivo perché sono letteralmente tormentato da mio perfezionismo, che, benchè mi renda agli occhi degli altri una persona scrupolosa e affidabile, non mi permette di vivere serenamente e mi comporta un enorme dispendio di tempo ed energia.
Quello che gli altri fanno in un’ora, io lo faccio in 4!! Esiste un antidoto?
Sandro.

Caro Sandro,
per usare un proverbio popolare….il meglio è nemico del bene!
Ma questo lei già lo sa. Il punto è occuparsi del fatto che non possa proprio fare altrimenti. Come si sentirebbe se provasse a fa le cose in maniera un po’ meno perfetta ma più rapida?
Penso che lei abbia imparato a dover fare bene a tutti i costi e che l’antidoto che lei ricerca abbia proprio a che fare con la comprensione della sua storia di vita e del modello di sé che si è costruito nel tempo e si porta ancora dietro. Riconoscere e capire sono presupposti fondamentali per modificare certe modalità di funzionamento e per indurre un cambiamento efficace.

Buonasera,
vi scrivo perché non credo in me stesso. La mia compagna mi ha lasciato dicendomi che non sono abbastanza sicuro di me e che esigo costantemente rassicurazioni. Insomma, sono pesante e poco autonomo.
Ovviamente per me non si tratta di una doccia fredda, ma penso sia arrivato il momento di farmi carico della mia situazione.
Danilo.

Caro Danilo,
da queste poche righe che ci scrive, mi sembra che il nucleo della sua sofferenza sia l’autostima.
Potrebbe essere interessante, in casi come il suo, indagare con curiosità la sua storia, per capire come mai lei abbia imparato a non fidarsi di se stesso e a cercare costantemente rassicurazioni all’esterno.
Sarebbe poi utile cercare di identificare e rafforzare quelle risorse personali che possono aiutarla a migliorare e rinforzare la sua immagine di sé, per aiutarla a focalizzarsi sugli aspetti positivi e funzionanti e non esclusivamente su quelli più problematici.

Buonasera staff di milanopsicologo,
vi scrivo perché l’anno scorso ho avuto un brutto incidente d’auto.
Benchè non abbia avuto gravi conseguenze e ho passato solo una notte in osservazione al pronto soccorso, faccio fatica a guidare, soprattutto di notte, e quando sono solo in macchina.
Settimana scorsa mi è preso letteralmente il panico e ho dovuto annullare un viaggio di lavoro.
Ho sentito parlare di una tecnica che si chiama EMDR, mi hanno detto che potrebbe essermi utile per risolvere il mio problema. Pensate che questo metodo possa essere adatto al mio caso?
Vi ringrazio per l’attenzione.
Paolo.

Caro Paolo,
l’evitamento è uno dei sintomi del disturbo post traumatico da stress, che è un disturbo d’ansia che insorge in persone che hanno vissuto o assistito a un evento traumatico estremo, che ha implicato morte, minaccia di morte o gravi lesioni all’integrità fisica propria o altrui.
L’EMDR è una tecnica strutturata che nasce proprio per la rielaborazione degli eventi traumatici.
Reinnescando un processo fisiologico innato, chiamato rielaborazione adattiva delle informazioni, porta il nostro cervello ad abbassare il livello di disturbo legato a certe esperienze, e ci aiuta a reimmagazzinarle nella nostra memoria in modo che siano più tollerabili.
Come effetto, si ha una rapida riduzione della sintomatologia di natura post-traumatica.
E’ quindi una tecnica di elezione in casi come il suo. Inoltre un intervento precoce con questa tecnica riduce il rischio di cronicizzazione della sintomatologia ed è quindi fortemente consigliato.

Buonasera,
mi chiamo Chiara, ho 35 anni e convivo da circa 1 anno con il mio compagno. Vengo da una precedente relazione finita per colpa mia e ho paura di fallire anche questa volta.
In particolare, mi sento costantemente in colpa ogni qual volta il mio compagno mi muove una critica, anche sulle cose più banali, per esempio mi fa notare che l’arrosto è insipido o che potrei passare più tempo con lui, invece di far sempre tardi al lavoro oppure di prendere un aperitivo con le mie amiche.
Lui mi sembra sempre così bravo e adeguato in tutto quello che fa mentre io mi sento costantemente non all’altezza e penso che perderò anche lui sarà solo per colpa mia. E questo mi preoccupa moltissimo…mi sento letteralmente in balia dei sensi di colpa e non so proprio come gestirli!!

Cara Chiara
A volte il senso di colpa, che deriva dall’aver attuato un comportamento che riteniamo inadeguato e pensiamo possa aver ferito qualcun altro, è un’emozione funzionale, con una valenza sociale.
Nel suo caso, però, mi sembra proprio si tratti di critiche costanti nei suoi confronti, che le causano un’intensa sofferenza, ma senza un fondamento concreto.
Quel che mi viene da pensare, è che questo atteggiamento non abbia esclusivamente a che vedere con il suo fidanzato attuale e neanche col precedente, ma che la accompagni da molto tempo… le consiglio di provare ad indagarlo meglio insieme ad uno psicoterapeuta… potrebbe essere l’occasione per capire questa parte di lei e riuscire a gestirla in una maniera più efficace che le permetta di vivere la sua storia più serenamente.

Gentili psicologi,
scrivo questa mail perché sono ormai diversi mesi che sono estremamente stressato a causa del lavoro. Lavoro per una azienda americana che ha da sempre avuto la fama di avere standard estremamente elevati.
Ho sempre investito molto sulla carriera e lavorare tanto non è mai stato un problema.
Ad oggi però inizio a rendermi conto che faccio fatica a ritagliarmi degli spazi al di fuori dell’attività lavorativa e questo sta avendo un impatto negativo anche sulla relazione con la mia compagna, che inizia a lamentarsi del fatto che io non abbia mai tempo per lei e che sono sempre nervoso e stressato.
Inoltre, anche quando potrei finalmente godermi il tempo libero, mi rendo conto di non riuscire a staccare. Penso continuamente a quello che ho lasciato in sospeso e paradossalmente non vedo l’ora di tornare al lavoro per potermene occupare.
Cosa posso fare?

Carissimo,
la ringrazio per averci scritto questa mail che ci permette di portare l’attenzione su una problematica estremamente diffusa nella nostra società che, per usare un termine di moda, possiamo definire “job addiction” o, in altri termini, il bisogno di lavorare incessantemente.
Questa condizione si sviluppa quando i lavoratori percepiscono che lavorare oltre l’orario di lavoro, anche a casa, nel weekend o in vacanza, sia indispensabile al raggiungimento del successo lavorativo e personale.
Questo atteggiamento, se si protrae nel tempo diventando una costante, può causare una serie di effetti negativi, sia a livello relazionale che a livello di benessere psicofisico. Tra le conseguenze più comuni ci sono, ad esempio, pensieri ossessivi e preoccupazioni costanti collegati al lavoro, riduzione delle ore di sonno, con conseguente irritabilità, difficoltà di attenzione e concentrazione, sbalzi di umore, abuso di sostanze stimolanti come la caffeina e talvolta anche sintomi di astinenza come ansia e panico in assenza di lavoro.
Questi sintomi devono essere un campanello di allarme e segnalare che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe.
Si fermi un attimo.
Innanzitutto, provi a darsi dei limiti, ad esempio scelga di spegnere il cellulare aziendale dopo una certa ora oppure tolga le notifiche di ricezione delle mail, per non sentirsi obbligato a leggerle a qualunque ora.
Si imponga poi dei momenti per lei, in cui si concede una piccola cosa piacevole, che non abbia nulla a che fare con il lavoro.
Cerchi poi di fare un po’ di attività fisica, stancare il corpo l’aiuterà a dormire meglio a distrarsi dalle preoccupazioni eccessive.
Se tutto questo non dovesse bastare, le consiglierei di parlarne con uno specialista che possa aiutarla a gestire questi sintomi prima che diventino cronici e invalidanti.